Commissario Malinconico, chi ha ucciso lo scrittore?

Nelle pagine iniziali di Prima della battaglia (Guanda) di Bruno Arpaia i lettori incontrano il commissario Alberto Malinconico alle prese con il rapporto riguardante la morte dello scrittore Andrea Rispoli, schiacciato nella sua auto in tangenziale da un camion che lo ha stretto contro un guard rail. Un incidente sospetto che costringerà Malinconico a indagare fra Scampia e Città del Messico. Come ci spiega Bruno Arpaia, Alberto Malinconico era già apparso in Il passato davanti a noi (2006) «romanzo che raccontava gli anni '70 dal punto di vista di un gruppo di ragazzi della provincia di Napoli. Ho pensato che potevo usarlo per raccontare anche gli anni Ottanta, facendolo diventare commissario di polizia per bisogno, per necessità, perché anche all'epoca a Napoli era difficile trovare un lavoro».
Come ne ha scelto il nome?
«Malinconico non è un cognome infrequente dalle mie parti. Il primo Malinconico che ho conosciuto era il segretario della sezione del Pci di un paese vicino al mio il quale, nella relazione introduttiva a una riunione, recitò: “Io Marx non l'ho mai letto, ma me lo posso immaginare...”. Quel cognome, magnificamente evocativo, si adattava alle caratteristiche del mio personaggio».
E quali sono?
«Alberto Malinconico è l'esempio di come molti della mia generazione abbiano attraversato gli anni '80, sentendosi reduci da chissà quale guerra, disincantati e distanti, ironici e autoironici, guardando la vita come da una finestra socchiusa...».
Quanto le letterature ispanica e sudamericana hanno influenzato la sua scrittura?
«Devo molto a Paco Ignacio Taibo II, l'inventore del nuovo noir latinoamericano, e a Leonardo Padura Fuentes, tra i primi a usare il noir per raccontare le pieghe nascoste della società. Inoltre il mio è un noir molto atipico: alla fine, Malinconico formula un'ipotesi sui possibili colpevoli, ma non ha nessuna certezza. Una situazione che mi pare molto realistica».
Il suo protagonista si muove questa volta fra Napoli e Città del Messico. Quali affinità trova fra le due città?
«Beh, sono quasi uguali. Napoli, del resto, è una città dalle fortissime radici ispaniche, barocche. Il rapporto con la morte dei messicani e dei napoletani è lo stesso. La creatività diffusa, idem. Ma, d'altra parte, sono simili anche la corruzione pervasiva, l'incapacità di sedimentare in istituzioni durature quella grande creatività, una certa allergia al senso civico... Napoletani e messicani si capiscono al volo. Tra i due agenti messicani dell'Interpol e Alberto Malinconico, spesso basta uno sguardo...».
Ma il suo Malinconico e quello di De Silva sono parenti?
«Vincenzo è più giovane, e Alberto non è simpatico e brillante quanto Vincenzo... Però hanno molto in comune, e credo che siano lontani parenti. Un esempio? In Mia suocera beve, Vincenzo Malinconico dice: “Io non sono un duro. Non lo sono mai stato. In vita mia, se devo essere completamente sincero, credo di non aver mai preso una decisione. Non mi piacciono molto le decisioni...”. L'esergo del mio Prima della battaglia è questa frase di Pessoa: “Prendere una decisione, portare a termine una cosa qualsiasi, uscire dal dubbio e dall'incertezza sono imprese che mi sembrano catastrofi, cataclismi dell'universo”. Più simili di così...».
La divertirebbe scrivere una storia dove si incontrano i due Malinconico?
«Certo che mi piacerebbe. Magari, dandosi una mano, Alberto e Vincenzo potrebbero, almeno per un po', smetterla di essere gli sfigati che sono».