Il commissario Piazzi ripulisce un'eredità insanguinata

Mentre un caldo afoso assedia Alessandria nell'agosto 1963, uno strano fatto di sangue regala un brivido alla città piemontese. Il ritrovamento in un laboratorio di maglificio del cadavere di Clelia Santi, signora riservata e apparentemente irreprensibile, innesca il meccanismo di una nuova indagine del commissario Piazzi. Il segreto che si cela dietro quella barbara uccisione ci viene svelato in L'eredità dei Santi (Bompiani) di Giulio Massobrio, seconda indagine di Piazzi dopo Occhi chiusi (Newton Compton, 2012).
Il protagonista è stato poliziotto, prima e durante la guerra. Ha svolto indagini per tutta la sua vita e non è mai stato troppo simpatico ai suoi superiori, né ha mai fatto nulla per farsi amare. «Piazzi è un bolognese che ha fatto il partigiano in una brigata comunista. Per il ministero uno segnato. Ha un pessimo carattere e non rispetta nessuno, tanto meno un questore... Il guaio è che dopo i suoi ripetuti successi, è visto dai cittadini come uno capace di entrare nello spazio scuro delle coscienze, facendone emergere anche i pensieri più nascosti». Accanto a lui opera il quasi coetaneo maresciallo Pino Carminati, non soltanto l'unico collega che lo capisce, ma anche l'unico che il ministero gli mette a disposizione come segugio per le indagini, assieme al brigadiere Salvatore Speranza, un carabiniere che è «un vero cacciatore, che non molla mai la preda ma con la tendenza a mettere mano alla pistola, cosa che fa imbestialire il commissario». Sia Piazzi sia Carminati sanno che per dare un volto all'assassino di Clelia Santi non basterà leggere il rapporto dell'autopsia o fidarsi dei reperti raccolti dalla scientifica, ma bisognerà interrogare uno per uno amici, conoscenti e parenti della donna.
Ed è proprio incontrando questa varia umanità che gli inquirenti scopriranno il passato della donna. Il suo possibile legame con un'incredibile eredità arrivata dall'America che potrebbe far gola a più di uno dei suoi parenti. Il commissario Piazzi è abile ad attaccarsi ai frammenti di indizi che man mano trova e a risalire il filo dei ricordi scavando in un passato che Giulio Massobrio racconta con maestria. Soprattutto quando rievoca episodi del 1937 e del 1944, quando la comunità rurale alessandrina fu attraversata da delitti e misfatti che la guerra non ha occultato per sempre.