Contrordine: i giovani leggono (anche più dei genitori)

Alla fiera della piccola editoria di Roma presentati alcuni dati in controtendenza che sfatano la teoria dei giovani disimpegnati e dei nuovi media nemici della cultura<br />

La televisione fa male alla lettura. Anzi no. Gli ultimi dati forniti dall’Istat e da una recente indagine coordinata dal centro studi dell’Aie (associazione italiana editori) in collaborazione con una serie di atenei italiani dimostrano che piccoli o grandi schermi non inibiscono alla lettura i più giovani. E che le ragioni della crisi del mercato librario – se di crisi si deve parlare – vanno cercate altrove. La sterzata ottimista è stata data ufficialmente venerdì scorso durante l’apertura della fiera “Più libri più liberi”, ospitata al Palazzo dei Congressi dell’Eur di Roma. Durante il convegno La lettura tra le pagine e gli schermi è stato ribadito il ruolo virtuoso di internet come veicolo di cultura e come vetrina ideale per librai ed editori. E a confermarlo è Mauro Zerbini, amministratore delegato di InternetBookShop Italia, una tra le più fornite librerie on line (450mila titoli) a disposizione dei consumatori italiani di pagine scritte.

“Certo se non ci fosse questa recessione – commenta Zerbini – staremmo tutti molto meglio. Il nostro mercato, però, è tutt’altro che in crisi. Basti pensare che solo rispetto all’anno passato abbiamo fatturato il 31% in più nella vendita di libri italiani rispetto all’anno precedente”. Un dato modesto e molto parziale. Significativo, però, per dimostrare che i mali dell’editoria vanno ricercati altrove. “Per esempio non è vero che i giovani leggono poco – gli fa eco Giovanni Peresson dell’Aie -. Al contrario. I dati da noi raccolti attraverso l’Osservatorio permanente europeo sulla lettura dimostrano che i ragazzi leggono anche più dei loro genitori proprio perché internet stimola la curiosità e soprattutto abbatte i costi di distribuzione del prodotto librario”. E’ vero che i dati nascondono la banale verità che i giovani leggono di più semplicemente perché in età scolare aprono libri che forse non riapriranno mai più. Ma è altrettanto vero che il mercato on line del prodotto librario ha ottenuto risultati tali da far sussuarre (perché gridare ancora non si può) al miracolo (economico, ca va sans dire).

Qualche esempio? E’ ancora Zerbini di Ibs a fornirne di significativi. “Il nostro mercato è in netta crescita. Ma non si tratta solo di vendere i libri. Si tratta anche di promuoverli e, in qualche modo, di pubblicizzarli e farli conoscere al grande pubblico del web. In un giorno medio entrano nella nostra libreria virtuale 180mila visitatori circa. Non significa che tutti comprano. Ma di certo nessuna libreria può sognare di avere nemmeno il dieci per cento di visitatori giornalieri di quelli che noi vantiamo quotidianamente. E adesso anche gli editori iniziano a capire l’importanza strategica del web”. L’altra faccia della medaglia è lo scarso uso del web nel nostro Paese. L’integrazione tra libri e digitale ha portato ottimi risultati laddove (ad esempio nei nostri “vicini” Spagna e Francia) il web è usato con maggiore frequenza da un maggior numero di persone. In Italia gli heavy user non superano il 28% della popolazione, laddove Oltralpe si supera facilmente il 50%.

“Il libro – aggiunge Peresson – fa parte delle modalità di apprendimento e di soddisfazione delle curiosità dei giovani. Il problema reale è che i giovani hanno comportamenti più occasionali riguardo ai libri, così come hanno approcci irregolari con tutti gli altri veicoli di informazione. Leggono più libri degli adulti ma ci arrivano attraverso meccanismi difficilmente prevedibili”. Internet, la tv e i nuovi media non sono dunque il nemico della cultura scritta. Al contrario la aiutano. Se pensiamo che i “navigatori consapevoli” come li chiama Peresson, sono proprio quelli che arrivano allo specifico indirizzo web dopo averlo trovato nelle pagine di una rivista o di un giornale (e comunque attraverso i tradizionali canali di trasmissione della cultura scritta). “Se i ragazzi si avvicinano ai libri in modo occasionale – conclude il responsabile dell’ufficio studi dell’Aie – è anche perché a scuola non vengono indirizzati nel giusto modo verso questo importante veicolo di cultura. Basterebbe che gli insegnanti smettessero di consigliare solo e comunque i classici. Ci si può fare una cultura anche attraverso titoli più disimpegnati. E magari, perché no, passare da Ammaniti a Pirandello”.