Così Cossiga predisse il crollo del Muro

Aneddoti e un ritratto inedito del Presidente nei diari del suo consigliere di allora, Ortona

Quando Francesco Cossiga venne eletto nel 1985, succedendo a Sandro Pertini, presidente della Repubblica, Indro Montanelli preconizzò che giornalisti e caricaturisti, ma anche gli italiani tutti, non avrebbero avuto modo di divertirsi perché nel neopresidente non esistevano tracce di quelle «caratterizzazioni che tanto contribuiscono alla creazione del personaggio e al suo successo». E aggiunse: «Immagino lo sconforto di Forattini nell'apprendere la sua elezione. Con Cossiga, anche un vignettista della sua fantasia troverà poco da ridere o da rodere».

Mai previsione fu più sbagliata perché Cossiga negli ultimi anni del suo mandato, trasformatosi con le sue esternazioni in fustigatore della politica e dei politici, diventò, per usare ancora le parole di Montanelli, «più bellicoso di Toro Seduto e di Cavallo Pazzo» e fu «il presidente che meglio seppe leggere nell'animo degli italiani la crisi di rigetto del sistema». Le sue sulfuree «picconate», talora al limite dell'insulto personale e qualche volta ingenerose, sono rimaste celebri: Achille Occhetto, per esempio, definito «uno zombi con i baffi» o, ancora, Luciano Violante «un piccolo Vishinski», per non dire delle frecciate rivolte a Craxi o a gran parte dei notabili di quella Dc dalla quale lui stesso proveniva. Ma quelle «picconate» non erano affatto le esternazioni di uno squilibrato, come pure qualcuno cercava di far credere, ma piuttosto segnali che, su un ideale sismografo politico, annunciavano le scosse che avrebbero travolto la prima repubblica.

La vicenda del settennato presidenziale di Cossiga è ripercorsa in dettaglio nei diari che il suo consigliere incaricato dei rapporti con la stampa, Ludovico Ortona, ha raccolto in un importante volume dal titolo La svolta di Francesco Cossiga. Diario del settennato 1985-1992 (Aragno, pagg. 638, euro 30) arricchito da una prefazione di Giuliano Amato e da una postfazione di Pasquale Chessa. È un volume che, seguendo quasi giorno per giorno l'attività di Cossiga presidente da un osservatorio privilegiato, ne mostra la progressiva trasformazione da uomo, come scrive Ortona, «timido, che non cercava pubblicità, che non amava mettersi in mostra né frequentare i cosiddetti salotti buoni» a uomo che, incurante delle reazioni dei giornalisti e degli uomini politici e con provocatoria ironia, fustigava pubblicamente le disfunzioni e le degenerazioni del sistema politico e i sotterranei giochi di potere stabilendo un sottile ma solido legame con l'opinione pubblica.

L'immagine di Cossiga, quale emerge dai diari di Ortona, non è affatto quella, avallata dagli ex comunisti divenuti pidiessini che giunsero a proporne la messa in stato d'accusa per attentato alla Costituzione, di un uomo pericoloso per le sorti della democrazia, quanto piuttosto quella di un uomo estremamente coraggioso, incurante di trovarsi solo contro tutti, ma animato da un forte senso dello Stato e che «avrebbe voluto un'Italia con un sistema democratico chiaro, con una maggioranza e una opposizione che potessero alternarsi come nelle democrazie anglosassoni».
La sua elezione avvenne il 24 giugno 1985 con una votazione quasi plebiscitaria al primo turno grazie ai voti determinanti dei comunisti, ottenuti per la mediazione di Giorgio Napolitano che convinse il suo partito a rinunciare alla riconferma di Sandro Pertini. Il presidente uscente, Pertini appunto, in apparenza così diverso dal neoeletto, salutò l'evento con un commento positivo che, tra le righe, evocava il dramma personale di Cossiga ministro dell'Interno all'epoca dell'assassinio di Aldo Moro: «Se mi avessero detto: Si scelga un suo successore, avrei scelto Cossiga. Ho sempre sostenuto Cossiga, sin da quando era isolato e invecchiato di dieci anni, ma puro e innocente». Questa stima rimase inalterata nel tempo, tant'è che sul letto di morte Pertini dette disposizioni perché l'unica persona ammessa a fare la visita in casa fosse proprio Cossiga «quale amico e rappresentante dell'unità nazionale».

Il nuovo presidente, il più giovane con i suoi 57 anni della storia repubblicana, concepiva il suo ruolo - lo confidò a Ortona alla fine del gennaio 1987 - in un modo ben preciso: era «contrario alla figura del presidente notaio, ma anche a quella del presidente imperatore». E lo dimostrò poco dopo, quando, apertasi una crisi destinata a durare tre mesi e a sfociare nelle elezioni anticipate, decise di affidare un mandato esplorativo alla presidente della Camera, la comunista Nilde Iotti. Era una mossa - questa che Montanelli definì sulle colonne del Giornale «una svolta chiamata Nilde» - che spiazzava i giochetti e gli intrighi politici degli Andreotti, dei Craxi e dei De Mita. Cossiga, come si legge in una annotazione del diario di Ortona, avvertì i vertici comunisti: «Fa una prima telefonata a Natta per avvertirlo della sua decisione: con questo atto, gli dice, compiamo il primo passo verso il superamento della conventio ad excludendum. Poi chiama la Iotti che accetta subito». Egli non era certamente favorevole né ai comunisti né all'idea, peraltro tramontata dopo l'assassinio di Moro, di un compromesso storico (anche se aveva ritenuto utile la collaborazione con essi nel quadro della lotta contro il terrorismo), perché aborriva l'idea che si potesse creare una confusione ideologica che avrebbe messo a repentaglio la stabilità del quadro politico. Tuttavia riteneva fosse opportuno, in linea con la sua concezione di una democrazia competitiva basata sull'alternanza degli schieramenti, abbattere gli steccati che erano stati eretti contro il Pci, a sinistra, e contro il Msi, a destra. Capiva, prima di altri, che il mondo stava cambiando, che la guerra fredda stava ormai giungendo verso la conclusione. Non è un caso che, poco più di un anno dopo, il 12 novembre 1988, egli se ne uscisse con Ortona con una battuta significativa e preveggente: «Il presidente fa un'osservazione interessante e cioè che se Gorbaciov volesse davvero provocare degli scossoni violenti al centro dell'Europa dovrebbe pensare all'abbattimento del muro di Berlino».

I comunisti o ex comunisti, peraltro, soprattutto dopo lo scoppio del caso Gladio - non a torto Cossiga, profondamente amareggiato, li ritenne prigionieri del passato e difese con puntiglioso orgoglio i «gladiatori» rivendicandone il patriottismo - furono, insieme a gran parte dei suoi compagni di partito, i più feroci avversari di un presidente che, con le sue esternazioni, piaceva sempre più a un'opinione pubblica disorientata dagli scandali, dalle disfunzioni del sistema partitocratico e sensibile alle istanze di rinnovamento che si celavano dietro le «picconate» rivolte alla classe politica.

Il diario di Ortona è un documento di grande rilevanza per gli studiosi, perché consente sia di scoprire significativi retroscena politici di un periodo fra i più delicati della storia recente italiana sia di sfatare alcune leggende come quella, avallata dalla sinistra, di un Cossiga succube degli americani. Ma è, pure, un documento che consente di conoscere meglio, anche sul piano umano e personale, la figura di questo presidente.

Il volume di Ludovico Ortona la svolta di Francesco Cossiga sarà presentato a Roma domani alle 17.30 a Palazzo Madama, Senato della Repubblica. Interverranno Giuliano Amato, Luigi Zanda, Stefano Folli, Franco Venturini.

Commenti

vince50_19

Mer, 28/09/2016 - 10:33

Atteso che non ci sono presidenti "perfetti", per me lui dopo Pertini. Gli altri, gli ultimi tre ( escluso il quarto, in carica, che definire "imperturbabile notaio" mi sembra il meno)? Quello di mezzo direi color grigio, compassato, riservato, ombreggiato. Gli altri due? ... Ok, ci risentiamo..

Ritratto di Caprimulgo

Caprimulgo

Mer, 28/09/2016 - 12:42

Cossiga, non fu, un “rivoluzionario”, ma, come scrive il giornalista, un più modesto, “uomo della transizione” comunque, organico, a quel sistema che, solo in quella fase, e con quel ruolo, parve, e, a modo suo, non combattere, ma, piuttosto, canzonare. Fu, innanzitutto, un “uomo delle Istituzioni” inteso, nel senso più deleterio del termine. Le sue “picconate” risultavano quanto di più sibilino e inintelleggibile, per il comune uomo della strada. Erano messaggi cifrati in “politichese spinto”, o, meglio in “Cossighese”. Roba, per addetti ai lavori, per notabili di alto rango, come Lui. Una critica, anche feroce; talvolta dei ricatti, ma, tra “eguali”. Più “eguali” dunque degli “altri”, a cui, quelle velenose allusività non erano comprensibili, anche perché, non, a conoscenza degli antefatti.