Così il designer Mendini cantò l'elogio della caffettieraVisioni d'artista

La caffettiera? «Non è solo un oggetto o una macchina, è proprio un'architettura». Anzi, di più: «Ogni grande architetto ne ha tentato il progetto, ambisce a costruire una caffettiera così come prima di morire vorrebbe fare una torre». E persino: «Arredo da tavola per eccellenza, la caffettiera è proprio la torre di altri microedifici, domina la teiera, la lattiera, la zuccheriera, è collocata al centro del vassoio, sua naturale piazza».
Nel 1979 l'architetto Alessandro Mendini, che oggi ha 83 anni e che all'epoca era l'esponente di punta del “radical design” italiano, consegnò alle pagine della rivista Modo, che dirigeva, uno stupendo mini trattato estetico-filosofico su «quel magico oggetto essenziale ai piaceri del nostro corpo», e che oggi viene pubblicato in un'edizione a tiratura limitata con il titolo Elogio della caffettiera (Henry Beyle, pagg. 20, euro 10). Certo, per Mendini - che ha lavorato per numerose aziende, tra le quali Alessi, celebre per la «poltrona di Proust», per due volte «Compasso d'oro», direttore anche di Domus e Casabella - la caffettiera è una «macchina miracolosa» che appaga la sensazione più libidinosa che l'uomo possa desiderare: «l'orgasmo da caffè». Ma è anche, e soprattutto, una sfida estetica, un micro edificio che più di ogni altro disegna il paesaggio domestico. Del resto, «la storia della caffettiera corre parallela a quella degli stili canonici, elitari o popolari, Rinascimento, Settecento, Impero, Liberty...» attraverso il Bauhaus, Gropius, i nostri BBPR e infine l'inglese Dresser, «il più grande fantasista di caffettiere che la storia ricordi». Fino alla moka d'alluminio (di massa), «satellite a capsule destinato a scendere sulla luna». Ma ancora, per ora, sulla rampa di lancio delle nostre molto terrene e profumate cucine.