Così era la vita a bordo della guerra

Un sergente fotografo, che a bordo dell’incrociatore «Montecuccoli» ha vissuto in mare i cinque anni della seconda guerra mondiale. Emilio Gardin, classe 1921, dirigeva il tiro della batterie, ma la sua vera passione era documentare con un clic battaglie entrate nella storia e soprattutto la vita di ogni giorno a bordo di una nave da guerra. Fotografie inedite che il sergente di Marina stampava in mare, di nascosto, dopo aver capito che a Roma la censura faceva sparire le immagini più belle. Il freddo cane in navigazione sui volti dei marinai, il rancio spartano, gli incontri di pugilato dell’equipaggio, le onde che sferzano l’idrovolante sul ponte, le truppe imbarcate come formiche e i momenti di svago a terra con le partitelle di calcio sono un esclusivo spaccato dei nostri marò in guerra.
L’assessore alla Cultura di Castelfranco Veneto, Giancarlo Saran, lo ha definito «il Bob Capa» della cittadina del Nord Est dove il sergente nacque e dove morì nel 2003. Per oltre 60 anni il suo piccolo tesoro è rimasto nascosto «per pudore, o come egli stesso ammise, per paura» scrive Giancarlo Baggio, del Circolo fotografico El Paveion, presentando la mostra e il catalogo dedicato al sergente fotografo. Le migliori immagini, fra le 956 scattate in mare da Gardin, sono esposte, fino al 27 maggio, nella Galleria del Teatro accademico di Castelfranco Veneto. Una mostra che dovrebbe girare per l’Italia grazie all’Associazione nazionale marinai. Un percorso esclusivo che parte dall’1 giugno 1940, quando il «Montecuccoli» salpa da La Spezia con la VII Divisione navale. «L’impatto con l’unità - scrive Gardin - è stato traumatico. Avevo lasciato aule vaste, camerate con numerosi letti a castello, refettori che contenevano centinaia di allievi. Ora \ si scendeva dai boccaporti e ci si trovava in anguste stanze, basse, chiamate “batterie” in quanto nelle vecchie navi venivano alloggiati i cannoni. Era una piccola città in miniatura».
La foto dei marinai a torso nudo per il caldo e l’elmetto in testa, scampata alla censura, li mostra spavaldi e uniti come bambini. Il 10 luglio il sergente fotografo vive il suo battesimo del fuoco a Punta Stilo: «Forse gl’inglesi non ci hanno scorto perché a sparare per primi siamo noi. Mentre la bandiera di combattimento garrisce \, si ode un grido di evviva. Alla seconda salva il tiro era centrato».
Le foto più «autentiche» e inusuali sono quelle di svago a bordo: due moschettieri prima di una sfida a colpi di fioretto o gli incontri di pugilato, con l’equipaggio che incita i novelli Carnera. Gardin nei suoi diari ricorda anche gli amori per Alba, la bella siciliana e l’inflessibile tenente di vascello Luigi Vivaldi. L’ufficiale faceva controllare le parti intime dei marinai prima della libera uscita, ma, come ammette il marò, «se molti di noi hanno portato a casa la pelle lo devono a lui». Il sergente immortala anche la visita del Duce che decora i veterani del «Montecuccoli» dopo la battaglia di Pantelleria e l’incrociatore colpito dai bombardieri alleati. Il giorno di Santa Barbara, patrona della Marina, del 1942, Gardin scrive: «Percorrendo il ponte all’altezza del primo fumaiolo mi apparve, come una visione dantesca, un immane cratere. Lamiere contorte che si dirigevano verso il cielo \. Una leggera nebbia di fumo aleggiava ancora intorno, emanando un lezzo nauseante. Un misto di carne e nafta bruciata. Vedevo in quei pezzi di rottami di ferro arricciati mille braccia e mani invocanti \ Ero spaventato, terrorizzato».
Il clic più amaro è del 9 settembre 1943, quando la corazzata «Roma», l’ammiraglia, viene affondata dagli aerei tedeschi, dopo l’armistizio. «Con mani tremanti premetti il tasto della mia “Baldina”, la macchina fotografica che tenevo sempre a tracolla \. Non riuscii a trattenere le lacrime».
www.faustobiloslavo.eu
Commenti

Marco Bertagnin

Mar, 01/05/2012 - 18:56

Gardin, un veneto d'acciaio, uno dei tanti che sono stati la roccia su cui il nostro Paese ha posto le fondamenta, sulle quali cretini, sfigati e quaquaraqua sputacchiano le loro sentenzine. Occorre sempre fame, miseria e dolore per ripartire? L'elenco di doglianze è troppo lungo per venirne a capo e l'ultimo treno per casa è fermo sul binario morto.