Così Stevenson il laico impugnò la penna e difese il santo lebbroso

Una storia ricolma d'amore e di odio, carica di sentimenti contrastanti e di slanci di altruismo. Un mortale rimpiattino con la lebbra. Sembrano gli ingredienti di un romanzo. E in effetti a metterli sulla pagina è uno dei romanzieri più abili dell'Ottocento, Robert Louis Stevenson (1850–1894). Però la narrazione riguarda fatti veri e ci rivela uno Stevenson diverso, calato nel suo tempo.
Ma veniamo alla vicenda. Il 15 aprile 1889 era morto nel lebbrosario di Molokai, nelle Hawaii, padre Damiano de Veuster, un missionario fiammingo appartenente alla Congregazione dei Sacri Cuori. Grazie a lui l'isola si era trasformata da un vero inferno in terra ad un luogo di cura e di speranza per le persone afflitte da quel terribile morbo. Stevenson, che si era recato nei mari del Sud per trovare un clima più adatto ai suoi polmoni martoriati dalla tubercolosi, visitò Molokai un mese dopo la morte di Damiano. Pur essendo agnostico e prevenuto verso «le testimonianze cattoliche» i religiosi presenti sull'isola gli fecero una incredibile impressione. Come scrisse a Charles Baxter: «Una settimana piacevole fra le meraviglie di Dio... Mi ha migliorato profondamente».
Poi sul poco religioso Stevenson, sin da giovane aveva odiato il clima familiare puritano, cadde un fulmine a ciel sereno. Un pastore protestante delle Hawaii, il reverendo Hyde (davvero buffo il caso di omonimia con il personaggio inventato da Stevenson), accusò, in una lettera ad un altro pastore, il reverendo Gage, padre Damiano di svariate nefandezze. Tra le quali si ventilava la possibilità che avesse contratto la lebbra congiungendosi carnalmente con alcune delle donne curate nel lebrosario. La lettera venne divulgata ai giornali, rimbalzò di testata in testata tanto da arrivare a Sydney (dove nel frattempo si era spostato Stevenson). Stevenson, che nei suoi viaggi era stato ospitato anche da Hyde, non riuscì a capacitarsi di quelle accuse gravissime. Decise di rispondere a mezzo stampa difendendo l'onore del missionario cattolico. Nacque così In difesa di padre Damiano breve pamphlet ora ripubblicato da Medusa (pagg. 92, euro 12, in libreria da mercoledì prossimo). Un testo vergato di getto e non sottoposto a labor limae letterario. In questa edizione, grazie ad altre lettere inedite di Stevenson che chiariscono il contesto, si può apprezzare l'acutezza di ragionamento dello scrittore e il suo coraggio (un attacco così diretto poteva portare ad una costosissima querela).
Stevenson infatti intuì subito che le accuse nascevano in un clima intellettuale erede del calvinismo che accostava la malattia al peccato, e che supportava una certa idea di colonizzazione. Stevenson invece ribadiva che gli hawaiani avevano dei diritti e che «i problemi furono causati più dagli uomini bianchi che da essi». Anzi molti dei bianchi che «stanno nelle scarpe di Dio» attraverso la conversione dei nativi si erano guadagnati una vita agiata. Non così padre Damiano che in mezzo agli hawaiani più derelitti aveva vissuto: «ha soccorso gli afflitti, ha consolato i morenti... per poi morire sul campo con onore». E in questa sua difesa Stevenson, lontano dall'apologetica, riconosce tutti i difetti del religioso, come la sua poca cultura, ma ne elogia la capacità di vedere la religione come amore, come capacità di affratellarsi al reietto. E a più di cent'anni di distanza, ora che Damiano è stato proclamato santo, nel 2009, si può dire che il laico Stevenson avesse visto giusto. Di padre Hyde invece resta poco: una lettera di ingiurie, alcuni provvedimenti per isolare i lebbrosi, qualche opera di carità. A distanza.