Cossiga racconta Cossiga. Con piccone e fioretto

Un Cossiga come non s’è quasi mai visto e letto. Ne L’uomo che guardò oltre il muro di Clio Pedone (Rubbettino), solo marginalmente emerge il presidente Picconatore. Il faro è acceso sul Cossiga instancabile tessitore, abile statista, insolito democristiano. Si scandagliano la sua politica estera e i tanti ruoli rivestiti: presidente del Consiglio (1979-80), del Senato (1983-85), della Repubblica (1985-92). Si rievocano gli anni in cui, da premier, diede il via libera ai missili Pershing e Cruise in casa nostra. Nel pieno della guerra fredda, l’Urss cominciò a puntare i propri ordigni nucleari su mezz’Europa. Terrorizzato, il cancelliere tedesco Helmut Schmidt chiese di ristabilire l’equilibrio militare tra Mosca e Washington: ma per accettare i missili Usa in Germania aveva bisogno di un alleato europeo che avrebbe acconsentito a fare altrettanto. Allora intervenne Cossiga. Con un capolavoro politico arrivò il «sì» italiano all’installazione dei missili a Comiso.
Scelta determinante perché, come confidò lo stesso Cossiga a Pedone nel novembre 2009: «La caduta del muro? In realtà tutto iniziò quando ero presidente del Consiglio e c’era sul tavolo la questione degli euromissili; pochi se ne sono resi conto ma in quella vicenda ho avuto, senza alcun dubbio, un ruolo determinante». Una posizione, la sua, molto apprezzata dagli Usa che in lui vedevano un interlocutore prezioso e un democristiano anomalo. Tanto che l’ambasciatore americano a Roma, Richard Gardner, graffiava così gli altri colleghi di partito di Cossiga: «Era cordiale, aperto, franco e, a differenza di molti politici italiani, non aveva l’abitudine di girare attorno ai problemi». Quindi l’ammissione del Picconatore: «L’aver schierato i missili a Comiso è l’azione della mia lunga carriera politica di cui vado più orgoglioso». Da quel momento il muro vacillò. E Cossiga lo intuì prima degli altri. E dire che lui, il muro, lo vide costruire. Nel libro lo racconta così: «Al Checkpoint Charlie da una parte c’erano i carri armati della Germania Est mentre dalla parte Ovest c’era un solo carro armato. La cosa curiosa è che mentre i soldati dell’esercito della DDR erano tutti militarmente attrezzati sulle torrette, l’equipaggio del carro americano aveva steso una tendina perché quel giorno c’era il sole, e i militari erano sulle sedie a sdraio che bevevano birra e Coca Cola».
È soltanto una delle chicche dei ricordi cossighiani raccolti nel libro. Due su tutti: il rapporto con the Iron Lady, Margaret Thatcher, e la visita al Quirinale della first lady sovietica, Raissa Gorbacëv. Della Thatcher, Cossiga racconta: «Compresi presto che era molto sensibile ai complimenti, quelli sul piano politico, e non solo. Ogni volta che la incontravo le mandavo trentanove o quarantanove rose rosse baccanà: quelle a gambo lungo e spinate». E poi l’episodio di Raissa Gorbacëv che, in visita al Quirinale, volle per forza vedere il trono: «Le risposi che l’Italia non era una monarchia ma una Repubblica e dal Quirinale venne smantellato qualsiasi riferimento al precedente assetto monarchico». Ma siccome Raissa insisteva, sottolineando che loro non avevano toccato nulla dei palazzi appartenuti agli zar... «Mi decisi a far cercare un trono e siccome si intuiva facilmente quale fosse la sala preposta... feci in modo che tornasse al suo posto nel più breve tempo possibile. La cosa curiosa è che poi non era nemmeno il trono di Torino, né quello di Firenze. Era il trono della duchessa di Parma, Maria Luigia».