Cultura

A chiusura d’anno diventa lecito stilare qualche classifica - non di letteratura, che per questa, come per gli amori perduti, il miglior giudizio è il tempo che inesorabile scorre - ma dei migliori gialli, dei migliori romanzi rosa, delle migliori narrazioni porno, ecco, sì: bellamente tutto questo si può valutare nel presente. Anche se c’è chi rifiuta l’ordinamento per genere, col pretesto che anche tra i noir può nascondersi un capolavoro à la Dostoevskij, be’, tale critico veda il suggerimento di cui sopra: aspetti tempo. E intanto che lui aspetta, noi possiamo affermare che il più bel giallo del 2009 è Manuale di investigazione di Jedediah Berry (traduzione di Ombretta Giumelli, Adelphi, pagg. 288, euro 19).
Il banalissimo protagonista è Charles Unwin, assistente del detective Trevis Sivart, celebre per aver risolto casi impossibili come «L’uomo più vecchio mai assassinato», «L’uomo che ha rubato il dodici novembre», «Le tre morti del colonnello Baker». Casi che Urwin ha giudiziosamente archiviato - prove, controprove, testimonianze - in grossi leggendari faldoni redatti in ottimo stile e brillanti di intelligenza. Quello di Unwin, infatti, non è mai stato un lavoro passivo, capace di impolverare un’intera esistenza: «Il detective forniva appunti, frammenti, tracce indiziarie; era compito dell’impiegato catalogare tutto, e poi eliminare qualsiasi cosa risultasse irrilevante, lasciando quel solo filo luminoso, argenteo che collegava il mistero all'unica concepibile soluzione». Così, quando Sivart un giorno scompare, Unwin sarebbe in teoria già pronto per prendere il suo posto su mandato dei superiori. Gli accade proprio questo, solo che gli manca il know-how pratico che invece già posseggono i suoi colleghi dell’agenzia investigativa (il cui motto, per inciso, è «Sempre svegli»). È a questo punto che Unwin si ritrova tra le mani, da compulsare, il Manuale di investigazione, libro di testo imprescindibile per condurre indagini ma anche, come ha detto Jedediah Berry in un’intervista, per scrivere detective novels. Libro che poi è lo stesso romanzo di cui state leggendo la recensione.
Insomma, Manuale di investigazione è un giallo metaletterario vertiginoso, preciso e conturbante, pieno di ombrelli, dark ladies, malvagi ventriloqui, mummie e bare che custodiscono non cadaveri ma bottiglie di liquore, sonnambuli e grammofoni, e con una soluzione onirica e commovente, per il cervello se non per il cuore. Risulterà godibile agli amanti di Chandler per via delle atmosfere, agli amanti di Nabokov (quello di Invito a una decapitazione) per la cerebralità di alcune tenerissime pagine («Tra te e me, amore, fino in fondo al mare, sogno te che sogni me...»), agli amanti di Kafka per la pioggia praghese, lugubre ed esilarante allo stesso tempo, che ci bagna dalla prima all’ultima riga del libro, e infine agli amanti di Calvino per i molteplici e mai scontati livelli di lettura. Nonché ai lettori di gialli tout court, che troveranno legiferate in questo Manuale le regole che governano sia un’indagine sia la sua scrittura, e persino la sua lettura, un po’ come in alcuni romanzi commerciali (e questo lo è, in modo indimenticabile) sul genere de I sei giorni del Condor di James Grady.