Cultura

Q ual è il grattacielo migliore? Quello più alto. Chi sono i maggiori sostenitori dei grattacieli? I politici.
Per completare questo quadretto c’è solo da aggiungere che la rinuncia ad edificare grattacieli non arriverà da motivazioni architettoniche o da una diversa visione dell’urbanistica, ma da considerazioni molto prosaiche, anche se molto concrete, quelle cioè delle assicurazioni. Nel valutare i vari rischi edilizi, sembra che non ci sarà più nessuno che assicurerà il grattacielo: troppo pericoloso e assolutamente svantaggioso per qualsiasi società di assicurazioni.
Morte del grattacielo? Per ora non si direbbe, anche se Nikos Angelos Salìngaros, urbanista e teorico dell’architettura di origini greche e professore di matematica all’università del Texas, se lo augura vivamente. Insieme ad altri studiosi di urbanistica, che hanno fornito il loro contributo, Salìngaros è autore di un volume che già nel titolo promette fuoco e fiamme contro le tendenze della cultura architettonica moderna: No alle archistar. Il manifesto contro le avanguardie(Libreria editrice Fiorentina, pagg. 352, euro 18).
La tesi che percorre tutti i saggi del libro è molto semplice, ma anche molto difficile da contestare: le città occidentali, le grandi metropoli sono invivibili, e poiché questo disastro urbano non è frutto di un misterioso, cinico destino, bisogna individuare le cause e i colpevoli, e mettere sotto accusa quella concezione o visione del mondo che ha prodotto il disastro.
Sul banco degli imputati c’è il cosiddetto «Modernismo», che è il riferimento culturale con il quale, almeno a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, sono state pensate le città e le architetture in un rapporto dipendente dallo sviluppo scientifico e tecnologico. Invece di pensare a una città per gli uomini, si è ideata una città che rispecchiasse il concetto di progresso scientifico. Se oggi le nostre città sono devastate dalle automobili, dal traffico, dall’inquinamento, se non corrispondono a reali esigenze sociali e produttive, cosa immediatamente visibile nel fenomeno del pendolarismo che riduce la città a un luogo di servizi che si abbandona la sera e in cui si ritorna alla mattina, se le città non si integrano all’ambiente naturale e sono sempre più ostili alle fasce deboli, come bambini e anziani, se si esaltano le costruzioni in verticale, se i nuovi manufatti architettonici possono essere collocati indifferentemente a Dubai come a San Francisco o a Londra, se dalla città viene voglia di scappare anziché trovarvi spazi per il proprio benessere e la propria emancipazione... se accade tutto questo la responsabilità è nella megalomania degli urbanisti e dei politici loro sodali, che hanno pensato una città che disdegna l’individuo, che celebra il potere e osanna la tecnologia.
Questa concezione urbana fu sancita da una famosa Carta elaborata nel 1933 da Le Corbusier. Il Consiglio europeo degli urbanisti nel 1995, visti i disastrosi risultati che derivarono dall’applicazione della Carta del 1933, decise di riscriverne una nuova. Tale progetto fu approvato ad Atene nel 1998 e dopo alcuni anni di lavoro si arrivò alla presentazione della nuova Carta nel 2003 a Lisbona. Il pensiero urbano a cui si ispira la nuova Carta fa riferimento, per esempio, ai lavori di Christopher Alexander e di Léon Krier, che rifiutano i progetti a grande scala (come i grattacieli), tipici di ambienti artificiali, lontani dalla vita reale della gente. Un’urbanistica che distrugge gli elementi di piccola scala e che tratta i bisogni umani come merce non potrà mai rispettare l’ambiente e sottoporrà sempre l’uomo alle esigenze della macchina.
Un’architettura astratta che non rispetta le culture locali è quella delle archistar. Essa si basa su materiali industriali come il vetro e l’acciaio, che consentono forme assolutamente semplificati in grado di ideare uno stile universale. Al centro di questa concezione architettonica non c’è l’identità del luogo, la tradizione, la storia dell’uomo con i suoi bisogni e i suoi costumi, ma lo smisurato ego dell’architetto che impone il proprio manufatto ovunque, indifferentemente, in qualsiasi ambiente in cui egli è chiamato ad operare. L’omologazione prodotta dalla globalizzazione culturale, prima ancora che economica, giustifica e dà fondamento a questa idea urbana spersonalizzata: una specie di nichilismo architettonico che rifiuta ogni riferimento di significato basato sulla storia e sulla tradizione.
Così si spiega la corsa verso l’alto, che obbedisce a regole tecnologiche e non a esigenze civili. Non è un caso che oggi i grattacieli si costruiscano soprattutto nel terzo mondo. Sobborghi miserabili diventano oggetto di sconclusionati interventi urbanistici con cui s’inventano, per la gloria del rais locale, città anonime, astratte e aliene alla vita della gente ma funzionali alla celebrazione del potere del committente. E come suggello finale della nuova città mostruosa, ecco il grattacielo che deve essere alto, più alto di quello del rais concorrente. E naturalmente le archistar, devote al denaro, prestano la loro opera senza troppe difficoltà perché il proprio manufatto può essere piazzato in qualsiasi parte del mondo.
Cambierà questo modo di pensare la città? Certo è che siamo giunti a un vertice nichilista mai prima conosciuto; la gente vive male; i soldi per le follie architettoniche diminuiscono sempre più, almeno in occidente; la qualità estetica è bassa, conformista, ripetitiva; l’idea di progresso tecnologico affascina sempre meno; la distruzione dell’ambiente ha toccato livelli di vera indecenza; le società di assicurazioni tentennano sull’opportunità di garantire il valore dei grattacieli in caso di disastri. Eppure la fascinazione del moderno, sostenuta dalla globalizzazione, ha ancora punti di forza economica molto solidi. A Dubai è appena stato inaugurato il grattacielo più grande del mondo, e l’idea di costruire in verticale suscita dubbi ma anche ampi consensi: senza andare tanto lontano basta dare un’occhiata in casa nostra, osservare Milano con i suoi progetti per City Life, per Expo 2015, per la sede del governo della Regione ormai in via di completamento. E le archistar saranno anche criticate e talvolta persino derise, ma a loro il lavoro non manca e continuano ad essere presenti in ogni parte del mondo per la gloria politica di chi li chiama. Dunque, per ora non cambierà proprio niente, però chi non apprezza questa idea di architettura e di sviluppo urbano può sempre lamentarsi e nel lamento lavorare per una nuova cultura estetica della città.