La cultura si mangia Però i politici non la digeriscono

Si moltiplicano saggi e pamphlet sul valore (anche economico) dei nostri beni artistici. Ma il "Palazzo" se ne frega: e rimangono proposte morte

Turisti in visita negli scavi archeologici di Pompei

La peggiore tortura degli etruschi era legare un vivo a un cadavere. Quando una cosa smette di essere viva, noi uomini la isoliamo. Seppelliamo i nostri defunti. Abbandoniamo i luoghi in rovina. Ciò che non è sentito vivo, viene emarginato, al punto che esserne legati, per costrizione, diventa la più intollerabile delle torture.
La cultura in Italia non è più sentita come un argomento vivo. Sono sempre più afoni gli editoriali, gli appelli, le interviste sulla necessità di dare priorità assoluta a una rivisitazione politica, istituzionale e collettiva della cultura e della ricerca. Ne escono pressoché quotidianamente, ma né la politica (nazionale e locale) né la maggioranza dei cittadini appare interessata. Prendiamone atto.
Sono appena usciti due saggi: Le pietre e il popolo di Tomaso Montanari (minimumfax) e La cultura si mangia! di Bruno Arpaia e Pietro Greco (Guanda). Insieme con il libro-inchiesta a firma di Antonio Carnevale e Stefano Pirovano Scene da un patrimonio. Ventiquattro interviste per capire e rilanciare il settore dei beni artistici (Galaad), sono gli ultimi volumi di una serie di altre opere di riflessione sulla necessità di un ripensamento complessivo della cultura, come Salviamo Firenze di Luca Doninelli (Bompiani, 2012), Il nuovo dell'Italia è nel passato di Andrea Carandini (Laterza, 2012), Azione popolare. Cittadini per il bene comune di Salvatore Settis (Einaudi, 2012), Humanities e innovazione sociale di Michele Dantini (DoppioZero, 2012).
Il punto è il sostanziale disinteresse a cui vanno incontro questi testi. Ogni discussione sul contenuto di un libro sulla cultura deve essere preceduta da una chiara consapevolezza: non avrà rilevanza politica. Questo non accade in altri paesi. In Francia nel 2007 il Louvre stava accordandosi con l'Emirato di Abu Dhabi per aprire laggiù delle sedi distaccate e affittarvi molti quadri; Jean Clair, già direttore del Musée Picasso, insieme con altri cittadini ha sollevato un ampio dibattito nazionale, che ha portato alla provvisoria sospensione del progetto, approvato poi quest'anno. In Italia una simile discussione pubblica è fantascienza.
La tesi di fondo del libro di Montanari è questa: la Costituzione (art. 9) ha consegnato il patrimonio storico-artistico ai cittadini sovrani e i cittadini devono far tutelare e gestire questo patrimonio dallo Stato che lo garantisce come bene comune e fonte di educazione e di studio. Dunque occorrono forti investimenti pubblici, anche per inibire le controspinte privatistiche che negano gli interessi della collettività. La tesi del libro di Arpaia e Greco è sostanzialmente complementare: la cultura è un fattore di sviluppo economico. Con la cultura si deve mangiare. Ma per essere competitivi a livello mondiale è necessaria una rapida re-industrializzazione fondata sulla produzione di beni e servizi ad alto tasso di conoscenza e di creatività. Dunque servono investimenti in cultura, ricerca, formazione: «È lo Stato che detta la partita». Gli autori dei due volumi sono concordi: il futuro della cultura risiede nelle risorse dello Stato.
Più che contraddire una simile posizione, a mio giudizio poco difendibile, la conduco al suo inevitabile vicolo cieco: Montanari, Arpaia, Greco: che fare se nessuno, anzitutto i politici, vi ascolta? Il problema oggi è l'irrilevanza di ogni proposta, più che la validità della proposta stessa. Finché non combattiamo questa tendenza, assieme anche se da opposte posizioni, ogni riflessione sulla cultura rimane un fiacco «dover essere» che giace sui libri. Possiamo continuare così?