La cultura si salverà grazie ai mecenati privati?

Una bella storia italiana quella delle Gallerie d’Italia di Banca Intesa: cominciata nell’autunno del 2011 nella milanese piazza Scala e che ora è diventato un vero brand del meraviglioso connubio impresa-cultura

I due volti dell’Italia e, nella fattispecie, i due volti della Campania. Da una parte i musei pubblici in carenza di fondi e con le opere d’arte che giacciono negli scantinati, mentre Pompei giace vittima dell’incuria e dei sindacati. Dall’altra, il mecenatismo privato che rilancia ed investe nella cultura, consapevole che essa rappresenta il vero oro di questo Paese. La storia che stiamo raccontando è quella delle Gallerie d’Italia di Banca Intesa, una bella storia italiana cominciata nell’autunno del 2011 nella milanese piazza Scala e che ora, dopo l’inaugurazione ufficiale di palazzo Leoni Montanari a Vicenza e soprattutto di Palazzo Zevallos nel cuore di Napoli, è diventato un vero brand del meraviglioso connubio impresa-cultura. 

Da un lato le collezioni milanesi di Palazzo Anguissola e di Palazzo Brentani sono ormai divenute una meta fissa per il pubblico di cittadini e turisti, con i 197 capolavori provenienti dalle collezioni di Fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo suddivisi in 13 sezioni e 23 sale; un appuntamento che si rinnova attraverso mostre ed eventi che mettono a confronto il ricco patrimonio con le opere dei contemporanei e le altre discipline artistiche, prima fra tutti la danza. Ma il progetto, forte delle importanti collezioni e della volontà dei vertici di Banca Intesa, è ormai una realtà itinerante. La recente inaugurazione delle Gallerie d’Italia nell’ottocentesco Palazzo Zevallos Stigliano, sede storica della Banca Commerciale e poi di Intesa Sanpaolo, è l’ultima ciliegina sulla torta che ha visto la presenza anche del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in visita nella sua Napoli. Un vero gioiello, lo storico edificio eretto nella centralissima via Toledo (ex via Roma) da Cosimo Fanzago per la famiglia fiamminga dei Zevallos. Un gioiello anche la sua collezione che, rispetto alle consorelle nordiche, è fortemente legata al territorio, ovvero alla grande pittura italiana e napoletana dal Sei all’Ottocento. A spiccare come un raggio di luce è il grande capolavoro di Michelangelo Merisi «Il martirio di Sant’Orsola» eseguito dal Caravaggio nel 1610, negli ultimi anni di vita, mentre era in procinto di partire per Porto Ercole, ove avrebbe dovuto compiere le formalità per essere graziato dal bando capitale. In un suggestivo percorso tra sette sale campeggiano oltre 120 opere che, dopo i capolavori seicenteschi, abbracciano le grandi vedute settecentesche e la ritrattistica ottocentesca che sfocia fino ai disegni e alle sculture del napoletano Vincenzo Gemito. Le prime sale sono dedicate ai grandi seicenteschi come la «Giuditta decapita Oloferne» attribuita al fiammingo Louis Finson, la «Sacra Famiglia con San Francesco d'Assisi», dell'atelier napoletano di Artemisia Gentileschi; e poi tre scene bibliche di Bernardo Cavallino e il San Giorgio di Francesco Guarini; «Adorazione dei Magi» del misterioso «Maestro degli annunci ai pastori» e «Tobia che ridona la vista al padre» di Enrico Fiammingo, il «Ratto di Elena» di Luca Giordano; «Agar nel deserto» di Francesco Solimena. 

Per il secolo successivo, si stagliano le «Allegorie della Pietà» di Francesco De Mura; due celebri opere di Gaspare Traversi, «La lettera segreta» e «Il concerto». Capitolo importante della collezione «napoletana» è inevitabilmente quello dedicato al vedutismo di Sette e Ottocento: Il percorso inizia con quattro dipinti dell'olandese Gaspar van Wittel, per poi proseguire con gli epigoni della Scuola di Posillipo, la serie delle piccole tele di Anton Smink Pitloo, e ancora i dipinti di Giacinto Gigante, Gabriele Smargiassi, Salvatore Fergola, Nicola Palizzi, Domenico Morelli, Federico Rossano, Edoardo Dalbono, Edoardo Franceschini, Gioacchino Toma, Francesco Mancini, Vincenzo Migliaro. 

Un grande museo che si aggiunge alle pregevoli collezioni pubbliche partenopee, Capodimonte in testa; ma soprattutto un bel segnale di speranza per una città sofferente e per un centro storico che in questi anni sta cercando di restituire al pubblico le sue bellezze nascoste e spesso svalorizzate.