Dalle missioni in Africa alla guerra dei 6 giorni, 90 anni da protagonista

Nel suo ultimo libro, scritto durante la malattia, una grande testimonianza di umanità e coraggio

Osservandola dall'alto dei miei novant'anni e più, mi sembra che la mia vita sia stata un cocktail di bene e di male, di allegria e sentimentalismo, funestata dal continuo chiedermi: Perché? Perché sono passato indenne fra le gocce di sangue e fuoco che hanno distrutto attorno a me tanta gente, il mio popolo in Europa, un pezzo della mia famiglia bruciato dai repubblichini in un forno sul lago di Garda e tanti compagni di guerra? Perché c'è tanta differenza fra quello che gli altri vedono in me da fuori e quello che io vedo da dentro?

Mi confortano le lettere e il pensiero che ciascuno deve convivere con il suo dr. Jeckyll e Mr. Hide. Non ho mai capito in cosa consiste quello che la gente e gli psicologi chiamano «io», ovvero ciò che per Jung porta al risveglio, guardandoti dal di dentro. Forse non l'ho. Rileggendo i miei diari e le lettere di affetto di gente che ho dimenticato, mi consolo di aver agito spesso senza farlo sapere. Se questo testo venisse un giorno pubblicato, vorrei potesse essere un atto di allegra confessione e ringraziamento per i doni che ho immeritatamente o per sbaglio ricevuto.

Combattere per Israele

Il capo della nuova e minuscola aviazione Israeliana era Aharon Remez. Lo avevo persuaso dell'utilità di formare un'unità paracadutistica, di aprire la prima scuola e di reclutare un gruppo di volontari. La sua reazione fu tipica della cameraderie e dell'incoscienza che regnava allora in Israele. «Ottima idea» mi disse, «ma localmente irrealizzabile. Innanzitutto perché non abbiamo paracaduti e se anche li avessimo, ci sarebbe il rischio di cadere dentro le linee egiziane. Aspettiamo di allargarle con la nuova offensiva, ma nel frattempo crea la base di quest'unità in Cecoslovacchia, lì è possibile farlo». L'aereo che mi trasportava verso quel Paese sostenitore di Israele era un grosso Liberator acquistato tra i residui di guerra americani. Un paio di volte, così mi dissero, era servito a bombardare il Cairo. Nella mia missione il pilota non ebbe fortuna. Durante l'atterraggio sbattè l'ala del velivolo contro un pilastro e l'aereo toccando terra si spaccò in due: la carlinga in avanti, la coda indietro. In quel preciso istante mi trovavo sul gabinetto. Non ci furono vittime. L'ultima cosa che ricordo prima che mi trasportassero all'ospedale fu la visione di una verde radura in mezzo a grandi alberi.

Diplomatico

Quando la visita presidenziale fu confermata, l'ambasciatore della Costa d'Avorio Moqé, un farmacista trasformato in uomo politico, mi venne a trovare per definire i dettagli. «Ci sarà certo» mi disse, «uno scambio di regali. Posso sapere in anticipo cosa riceverà il mio presidente per poterlo avvisare in tempo?». «Certo» risposi, «il presidente Ben Zvi gli offrirà la tradizionale Bibbia rilegata in argento e la signora Meir probabilmente prodotti artigianali dei nostri artisti yemeniti. Sono molto belli e lei ne va orgogliosa». L'ambasciatore sorrise. «Lei sa» mi disse, «che la faccenda del commercio dei diamanti fra i nostri Paesi è uno dei temi clou di questa visita, ma la decisione sulla vendita dei diamanti che abbiamo scoperto non è ancora stata presa. Israele non è solo un Paese amico, è anche uno dei più grossi clienti per le taglierie che sono al terzo posto nel mondo; per questo è importante che il presidente non ceda alle pressioni del sindacato e della Francia». «Ne sono convinto, ambasciatore, ma non avendo partecipato ai negoziati che sono condotti dal ministero dell'Industria, non saprei cosa aggiungere a quanto è stato detto. Lei ha qualche suggerimento da darmi e da trasmettere alla signora Meir?». Ricordo ancora lo sguardo malizioso che Moqé mi lanciò prima di rispondermi. «Il presidente sarà accompagnato da una persona che ha molta influenza su di lui. È la sua assistente personale a cui è molto affezionato. A me sembra che regalare un gioiello a questa signora, a ricordo del viaggio, aiuterebbe la felice conclusione del negoziato». Quando informai il capo di gabinetto del ministro degli Esteri della richiesta dell'ambasciatore, scoppiò a ridere: «E tu credi che io abbia il coraggio di andare a dire a Golda di regalare un gioiello all'amante del presidente?».

Guerra dei Sei giorni

Quel giorno, Rosetta era improvvisamente scomparsa dal rifugio, dove con gli altri inquilini e i miei figli aspettavamo che il fuoco cessasse. Andai a cercarla nel nostro appartamento al quinto piano e la trovai che stava lavando i piatti. «Sei matta» le dissi, «non vedi che dalla finestra si vedono i mortai giordani che puntano su questa zona?». «Non vorrai mica che li lasci sporchi se dobbiamo abbandonare la casa, li lavo» mi rispose impassibile. «I bombardamenti americani di Torino sono stati molto peggio».