Dall'idillio all'esilio. La poesia "desolata" del laborioso Sereni

Tra i grandi della sua generazione, il poeta di Luino è il più ammirato e letto dal pubblico. Ecco perché

Dei tre poeti, esordienti attorno al 1940 (Vittorio Sereni, 1913-83; Giorgio Caproni, 1912-90; Mario Luzi, 1914-2005), che oggi il pubblico italiano ammira di più, ho sentito dire che sarebbe Sereni quello gratificato da simpatie e consensi in crescita. Opinione difficile sia da sottoscrivere sia da confutare; ma certo dall'organico relativamente esiguo dell'opera di Sereni emerge - e riemerge a ogni ristampa - l'immagine di uno scrittore problematico e insoddisfatto, restìo a interpretare il ruolo nobile di «poeta» e magari propenso a schiuderci la porta della sua officina perché verifichiamo, lì dentro, i «lavori in corso». Sotto questo aspetto non c'è dubbio che Sereni si distingua non solamente dai due coetanei or ora citati ma anche dalla quasi totalità degli autori del secolo, che sulla pagina esibiscono di regola il «prodotto finito». Nei libri di Sereni, invece, soprattutto ne Gli strumenti umani (1965) e in Stella variabile (1981), s'incontrano testi «aperti», dove il poeta ragiona di quel testo medesimo, delle condizioni psicologiche in cui lo scrive, del risultato che se ne attende o non se ne attende, in un sostanziale scetticismo o disinganno preventivo su ciò che una poesia può dare.

Si leggano ad esempio Le ceneri e I versi (nella raccolta del '65) o Un posto di vacanza (in quella dell'81) per aver la prova di un «lavoro» che si dichiara perfettibile sempre, appagante mai. Un effetto suggestivo si genera però nell'attrito fra questa scontentezza e gli slanci di una liricità istintiva, melodica addirittura: «La sera invade il calice leggero...»; «la gioia quando c'è basta a sé sola...»; «Addio addio ripetono le piante...»; «quando il deserto ricomincia a vivere...». Una dote che certo non si esaurisce col primo libro (Frontiera, 1941), dove accanto all'idillio di Luino, la piccola patria sul Lago Maggiore, c'è molto altro: abbastanza da spingere la critica a identificare in Sereni il capofila di una «linea lombarda».

In occasione del centenario della sua nascita (il 27 luglio, come Carducci!), un Oscar Mondadori di Poesie e prose (a cura di Giulia Raboni, pagg. 1230, euro 24) incorpora e amplia di parecchio il Meridiano del 1995, curato da Dante Isella, che d'altronde era limitato alle poesie; torna dopo trent'anni Gli immediati dintorni (Il Saggiatore, pagg. 176, euro 13); e una studiosa di formazione ginevrina, Giorgia Fioroni, ripropone con un commento ricchissimo Frontiera insieme al Diario d'Algeria (Fondazione Pietro Bembo/Guanda Editore, pagg. CIV-428, euro 40). Libretto memorabile, il Diario, edito originariamente nel 1947 ma sottoposto negli anni a ritocchi, ristrutturazioni e integrazioni. Per molti lettori ancora oggi il nome di Sereni rimane legato essenzialmente al Diario, che nel suo nucleo centrale testimonia l'angoscia di un esilio: l'esilio del poeta, catturato col suo reparto nel luglio del '43 in Sicilia, poi di lì trasferito in Marocco e quindi in Algeria. In quei pochi fogli ha voce la pena dell'escluso, l'inerzia del prigioniero di un limbo assurdo mentre in Europa e fuori dell'Europa la Storia cambia passo. Chi non ricorda il frammento del giugno 1944, «Non sa più nulla, è alto sulle ali...», che reagisce alla grande notizia dello sbarco alleato in Normandia proiettandola in un'atmosfera ipnotica e onirica? L'esperienza della prigionia, inobliabile, tornerà più volte nelle prose di memoria incluse nell'odierno Oscar Mondadori.

Nel dopoguerra, assorbito forse quel trauma e finalmente rimpatriato, Sereni raggiunge posizioni di responsabilità nell'industria editoriale milanese. Qualcuno avanza allora l'ipotesi che la sua poesia (soggetta, ne accennavo, a più di una crisi e turbata da ricorrenti sfoghi di malumore) si possa inserire, almeno in parte, nel capitolo «letteratura e industria» che nel decennio '60 illustra e accusa la difficoltà del rapporto tra la professione quotidiana, fatalmente costrittiva, e la libertà indispensabile alla poesia. Ma, ne parli in versi e in prosa, Sereni si sottrae sempre a questo vincolo tematico, lo giudica una forzatura e perfino si duole pubblicamente di aver consegnato la sua lunga poesia Una visita in fabbrica (1952-58) alla rivista il Menabò che al tema in questione dedicava un fascicolo.

Alcuni giovani chiamati alle armi - come Sereni - per la guerra del '40 raccontarono di essersi portati nello zaino una copia de Le occasioni di Montale, appena uscito. Quella desolazione esistenziale, espressa in parole sobrie ma non aride, pareva uno specchio fedele del loro stato d'animo in quel frangente. Qualcosa di simile si può dire per Diario d'Algeria, così desolato e sobrio; se non vi prevalesse un'immediatezza, «diaristica» appunto e non decantata, che ne fa un titolo senza eguali nel quadro della lirica novecentesca.

Commenti

Simonnot Godard

Gio, 25/07/2013 - 13:02

Nel solco della grande tradizone lombarda credo che Sereni superi i confini regionali e si consacri come il degno erede di Montale e come uno dei maestri del Novecento. Esemplare rimane via Scarlatti. Di quella generazione impossibile dimenticare anche Luciano Erba e poi gli altri della Linea Lombarda di Anceschi. Dopo loro negli anni solo Raboni e Cucchi forse sono stati i veri interpreti della migliore poesia lombarda tout court ma in fondo anche italiana. Naturalmente Zanzotto, inarrivabile, ma anche incomprensibile ai più a parte.