Due mondi, otto artisti, un’idea di contemporaneo

«Siamo arrivati all’ultima edizione del Festival di Spoleto, che dal prossimo anno non ci sarà più». Comincia così la prefazione di Vittorio Sgarbi al catalogo di Spoleto Arte, la rassegna che espone opere di dieci artisti contemporanei inaugurata ieri nel Palazzo Racani Arroni sull’incantevole piazza Duomo. La guerriglia cultural-mediatica iniziata con la rottura consumata per ragioni di sponsorizzazioni tra il critico d’arte e il Festival dei 2Mondi diretto da Giorgio Ferrara è destinata a infiammarsi ulteriormente. Venerdì, con l’esecuzione de Il giro di vite, opera tratta da un racconto di Henry James, si era avviata la 55esima edizione della rassegna ideata e condotta per mezzo secolo da Giancarlo Menotti. Ma in realtà, è Spoleto Arte ad essere all’ultima edizione. La secessione di Sgarbi, fino all’anno scorso parte integrante del Festival, ha creato malumori e gelosie.
Tuttavia, per una non si sa quanto inconsapevole regia, le polemiche potrebbero persino giovare a entrambe le manifestazioni. Per dire, senza ancora conoscere il catalogo sgarbiano, i dirigenti del Festival hanno lanciato una campagna promozionale scansa-equivoci che recita: «Di 2Mondi ce n’è uno solo». Chiaro no? Ma non definitivo. Perché, sempre nel catalogo all’arsenico (Antiga Edizioni) del vulcanico critico, si legge che «Il Festival di Spoleto è finito con Menotti. E dei Due Mondi non ce n’è neanche uno».
Invero sa anche Sgarbi che il cartellone spoletano è tutt’altro che trascurabile, con la pièce In Paris interpretata da Mikhail Baryshnikov, il monologo tratto da testi di Indro Montanelli recitato da Sandro Lombardi (elaborazione drammaturgica di Ernesto Galli Della Loggia) e le prediche sui vizi capitali tenute da teologi come Rino Fisichella e Gianfranco Ravasi. Ma il divertimento della provocazione è troppo e aggiunge pepe alla spigolosa convivenza. «Forse - riprende Sgarbi - loro speravano che, dopo l’esclusione dal cartellone, avrei tolto le tende. E l’avrei fatto. Ma ormai avevo ottenuto la disponibilità di questo splendido palazzo e degli artisti. Sarebbe stato un peccato». E si sarebbe persa l’ennesima provocazione del critico prossimo a lanciare il Partito della Rivoluzione.
Un piccolo capolavoro anarchico-futurista imperniato sull’Aventino logisticamente strategico nel Palazzo scelto per le mostre, attiguo a Casa Menotti e di fronte al Teatro «Caio Melissa» sulla splendida Piazza Duomo dove si terranno parecchie esibizioni del Festival. Cosicché, quando arriveranno giornalisti e tv per raccontarle, non potranno ignorare gli striscioni che annunciano Spoleto Arte a cura di Vittorio Sgarbi. «Tra me e il Festival, con cui ho collaborato tre anni, non c’è mai stato nulla di scritto», riprende il critico. «Nessun contratto, niente. E dunque ho deciso di regalare alla città la mostra e la visibilità che le deriva anche dal mio nome. Basta che non lo sfruttino troppo», gigioneggia l’ex sindaco di Salemi mentre controlla gli ultimi dettagli dell’esposizione e illustra a collaboratori e curiosi la filosofia della rassegna. «I dieci artisti sono frutto di una scelta rapsodica. Li ho trovati uno a uno, così come ho trovato i fondi e il patrocinio del Mibac. I tre milioni di finanziamento pubblico Ferrara se li teneva... Avevo anche proposto una mostra a cinquant’anni da quella di Giovanni Carandente, lo Sgarbi degli anni Settanta, sulle Sculture della città. Ma il comune mi ha rubato l’idea. E siccome l’ho detto pubblicamente, si sono offesi e si è consumata la rottura anche col sindaco».
Il risultato finale è un arricchimento per la comunità. C’è il Festival, c’è la mostra che ricorda Carandente e c’è questa ricchissima Spoleto Arte. Dove Gillo Dorfles, decano dei critici italiani e coetaneo del compianto Menotti, espone «le sue festose maioliche, piatti con figure, che fanno da controcanto alle composizioni in poliuretano di Gaetano Pesce, il più innovativo dei nostri designer che vive a New York e che, lui sì, rappresenta i due mondi visto che da noi le sue opere si vedono qui per la prima volta». Poi c’è il Paese reale di Piermaria Romani, «che ha realizzato una sorta di Spoon River dei viventi di Stienta, il paese natìo di mio nonno», per narrare l’uomo nella sua appartenenza a una collettività. E che esibisce un cammeo dello stesso Sgarbi il quale, nella didascalia, svela il suo desiderio di «scoprire un Caravaggio inedito». Diametralmente opposta l’opera dell’individualista Andrea Martinelli scoperto da Giovanni Testori e raffigurante volti cupi, espressioni pietrificate a rappresentare una sorta di «carta d’identità psicologica e sociale», svincolata da qualsiasi dimensione comunitaria. Poi ci sono i «tappeti di pietra» con disegni che ripetono i pavimenti delle chiese duecentesche e che «gran parte degli archeologi non saprebbero distinguere dagli originali, a dimostrazione che l’architettura è perfettamente riproducibile». Ecco le sculture in bronzo e marmo di Mikhail Misha Dolgopolov e la tormentata ricerca identitaria di Fausto Pirandello, figlio del drammaturgo, con le sue figure di donne fino al potente autoritratto finale.
Ieri Spoleto Arte è stata inaugurata alla presenza delle autorità e nobilitata da un dialogo tra Sgarbi e Dorfles sull’arte contemporanea. Sarà l’ultima edizione, ma chissà. Perché non pensare che, da città del Festival dei 2Mondi, Spoleto possa trasformarsi nella città dei due festival? Uno di teatro e musica e l’altro di arte contemporanea.