E ora Versailles per far cassa crea un marchio di alta cucina

Capitasse in Italia, chissà che polverone mediatico, chissà quante anime belle della cultura vergherebbero corsivi indignati sui giornali. Invece in Francia sembra prevalere il buon senso, che dice che per conservare adeguatamente i beni culturali bisogna metterli a reddito. Così, la reggia di Versailles, celebre residenza dei Re di Francia, a partire da Luigi XIV - uno dei monumenti più visitati al mondo - intende sfruttare la sua fama per un marchio di prodotti alimentari di lusso. I curatori, infatti, vogliono far finire sulla tavola di chi può permetterseli gli stessi cibi che venivano serviti al Re Sole. La licenza di produzione è stata affidata alla società Oh! Lègumes Oubliès, hanno annunciato ieri i responsabili del Castello. Il target commerciale? Rivaleggiare con celebri maison dell'alta gastronomia transalpina, come Fauchon o Hediard.
Lo scopo culturale? Mantenere viva la tradizione della Reggia che era, secondo gli esperti, un vero laboratorio gastronomico. Nelle serre del Re si coltivavano asparagi, melanzane, fichi, fragole, barbabietola, mele cotogne, nespole, sambuco, porri. Con Le Notre e La Quintinie, i due geniali giardinieri che chiamò a corte, Luigi XIV fece dei giardini di Versailles e dell'orto reale un «eccezionale terreno di sperimentazione». Certo oggi, neanche uno dei prodotti «Château de Versailles» verrà realmente coltivato all'interno del castello però si dovrebbe trattare di prodotti «Filologicamente» corretti. Tra essi spiccano le «Gourmandises de la Reine» (dolci di cui andava pazza Maria-Antonietta, caramelle al miele, sciroppo di piante alla verbena o alla menta) e i «Plaisirs du Roi», per l'alta gastronomia, tra cui foie gras, «una moda lanciata da Luigi XIV».
I prodotti saranno disponibili già da questo mese a Versailles e nei templi del lusso parigino, ma anche in Svizzera e acquistabili on line. Ovviamente gli introiti serviranno a finanziare la reggia di Versailles e le sue attività (restauri, manifestazioni culturali, mostre...). E così la cultura si mantiene da sola. Ma da noi sarebbe scandalo.