E il tema caldo resta quello delle frontiere

Ci sono le immagini degli immigrati nudi in fila per il trattamento antiscabbia che hanno smosso l'indignazione generale; c'è l'ecatombe in mare dello scorso ottobre a Lampedusa (e un bilancio che ha superato i 20 mila lutti dal 1993 ad oggi); c'è la ragionevole certezza che gli sbarchi nel Sud Italia non smetteranno. Quello che manca è una posizione comune dei paesi dell'Unione Europea sulla questione immigrazione. Ecco perché quello dei confini è uno dei temi più discussi dagli intellettuali e dai politologi.
«Da un punto di vista politico-istituzionale, rispetto ai migranti, la politica europea è “ognuno per sé”. La verità è che non si sa cosa fare e si reagisce in maniera “spot”, caso per caso» conferma al Giornale Lucio Caracciolo, direttore della rivista di Geopolitica Limes.
Le decisioni latitano, ma il problema resta. Dice al Giornale scrittore Massimo Fini: «Dobbiamo capire che le migrazioni di oggi sono solo un pallido fantasma di quelle che verranno». La colpa, secondo Fini è del fatto che: «L'economia occidentale ha completamente destrutturato quella dell'Africa, che fino agli anni '70 era autosufficiente all'80 per cento, ma che adesso, per merito nostro, non sta in piedi». Che fare, allora? «Non c'è altra soluzione dell'accoglienza totale. Puoi mettere le cannoniere o quello che vuoi, non serviranno a nulla» taglia corto Fini, che però puntualizza: «La cosa più ragionevole, per limitare il fenomeno, sarebbe una serie di accordi con i Paesi da cui partono i barconi. Ma spesso Libia o Tunisia sono solo l'ultima stazione». Anche secondo il filosofo Massimo Cacciari nel concreto l'unica cosa che si può fare è aprire. «L'Europa ormai da lungo tempo ha espulso l'idea erasmiana di un dio Terminus, l'epiteto di Giove patrono dei termini spaziali e temporali. La nicciana “mancanza di misura” è il nostro destino di europei» spiega. Resta un sospetto però, che la retorica dell'accoglienza, più o meno confortata da statistiche volte a dimostrare la necessità dell'immigrazione, sia l'ultima incarnazione di un «senza-frontierismo» utopico. Un pio desiderio.
Come scrive il filosofo spagnolo Daniel Innerarity in La transformación de la política: «Quando lo spazio è senza limiti e si unifica al punto tale da non avere più alcuna frontiera, allora tutto il mondo diventa un'area irritabile». E in concreto, questa sembra essere la prima preoccupazione di Edward Luttwak: «Una possibilità sarebbe seguire quel che dice Papa Bergoglio: cioè invitare i migranti a venire in Italia e accoglierli tutti. Solo che in breve tempo diventeranno milioni» puntualizza il politologo Usa. «E le conseguenze sarebbero due: la prima è che l'Italia diventerebbe un paese musulmano, fatto non credo molto gradito al Papa. Ma soprattutto» conclude Luttwak: «È più facile che raccolga consensi qualche partito violentemente anti-immigrazione, magari con connotazioni xenofobe». Il problema insomma, oltre che una questione pratica, rimane una questione di identità.