Ecco i fiori del male nella Padova dell'800 Tra killer e pellagra

È una Padova d'altri tempi, un luogo da incubo degno di essere raccontato da un autore inglese, la location che ha scelto il veneto Matteo Strukul per ambientare il suo nuovo noir intitolato La giostra dei fiori spezzati. Il caso dell'Angelo Sterminatore (Mondadori, pagg. 284, euro 17)). Un romanzo da pelle d'oca che ha già ricevuto all'estero il plauso di scrittori come il texano Joe R. Lansdale, il quale afferma che Strukul «è una delle voci più importanti del thriller italiano» (commento probabilmente giustificato dal successo dell'edizione in lingua inglese de La ballata di Mila).
La diabolica intuizione da cui è partito Strukul è che si possa ripercorrere le suggestioni di classici del genere come L'alienista di Caleb Carr, From Hell di Alan Moore (disegnato da Eddie Campbell), Il profumo di Patrick Suskind, La scala di Dioniso di Luca Di Fulvio, scegliendo però un'originale ambientazione italiana. La Padova invernale del 1888 che affiora dalle pagine de La giostra dei fiori spezzati è infatti un territorio nebbioso e coperto di neve dove è plausibile si aggiri un assassino seriale che per molti versi potrebbe essere un emulo di Jack Lo Squartatore. Ad aprire le danze è l'efferata uccisione di una prostituta che porta il nome di un fiore come tutte quelle che la seguiranno, ma probabilmente la prima cosa che davvero spaventerà i lettori di Strukul è la cruda descrizione che l'autore fa del morbo che a quei tempi stava devastando i territori veneti: «La pellagra ha ricoperto i nostri campi di cadaveri... il male della miseria, che gonfia le gengive fino a farle spaccare. A molti, i denti si fanno neri e cadono a pezzi. Morde i corpi con l'insonnia e l'inappetenza. Poi macina le ossa nel proprio mortaio: diarrea e debolezza sempre più acuta. Indi giungono i disturbi psichici e mentali che conducono sulla via della pazzia, di talché anche l'animo s'ammala, soffre e si sfarina come la neve stanca di quest'inverno senza fine».
A raccontarlo sulle pagine del quotidiano «L'Euganeo» è il giornalista Giorgio Fanton che spiegare ai propri lettori come «cumuli di corpi ridotti a mucchi di stracci popolano la pianura. Le nostre campagne, le negre arature del Veneto, sono oggi inzuppate del sangue degli innocenti: quegli stessi contadini che in massa abbandonano i poderi per raggiungere il porto di Genova e da lì tentano la fortuna imbarcandosi per il “Bel Brasile”». Un male della miseria che appare forse ben più terribile dell'Angelo Sterminatore, mietitore di vittime innocenti nel quartiere degradato di Borgo Portello, habitat perfetto per ospitare criminali, prostitute e derelitti, molto simile alla zona londinese di Whitechapel bazzicata nello stesso periodo da Jack Lo Squartatore. Fanton verrà convocato al Portello dall'ispettore Roberto Pastrello il quale vuole evitare che la stampa semini il terrore in città scrivendo facili pagine scandalistiche che possono soltanto creare problemi alle sue indagini. Fanton non ama né le sterili polemiche e né le notizie sensazionali, così come non sopporta d'essere manipolato, ma accetterà ugualmente di coinvolgere nelle indagini sugli omicidi il criminologo Alexander Weisz, un alienista che ha letto i racconti di Edgar Allan Poe ed è esperto degli studi di antropologia criminale di Cesare Lombroso e che sa benissimo quale possa essere il vero volto del male, quali psicopatologie possano portare a compiere certi gesti efferati.
Weisz non è né un investigatore né uno scienziato qualsiasi, ha infatti un terribile passato alle spalle (avendo assistito da bambino al barbaro omicidio della propria madre), ha vissuto passioni sentimentali sfrenate ed è caduto facile vittima del laudano, in cui cerca di annullare i propri incubi. Matteo Strukul è davvero bravo a descriverci quanto cupo potesse essere il gabinetto degli studi di un alienista ottocentesco, così come è abile nel ritrarre scenograficamente un caffè senza porte come il Pedrocchi e un teatro come il Nuovo di Via Livello, dove sta per andare in scena uno spettacolo emozionante con Eleonora Duse. Sa descriverci risse in cui sono i tirapugni e i coltelli a fare la differenza, come nei film di Guy Ritchie, e ama mostrarci un Alexander Weisz che vive la propria esistenza in piacevole equilibrio fra un passo stevensoniano de Il dottor Jekyll e Mister Hyde e un episodio a fumetti di Batman.