Ecco le vite «fallimentari» dei grandi artisti

S ubito dopo l'uscita di OK Computer , il migliore disco rock degli anni '90, i Radiohead si ritrovarono a suonare in Irlanda davanti a 38mila persone, in un concerto al chiuso. La claustrofobia del luogo unita alla massa concentrata degli spettatori scatenò nel cantante Thom York il desiderio di diventare invisibile. Poco più in là scorreva il fiume di Dublino, il Liffey, che l' Ulisse di Joyce assimila al Flegetonte, quarto fiume dell'Ade. Lo spavento provato da York generò una delle canzoni più belle dei Radiohead, How to disappear completely , nella quale compare anche il Liffey e il cui ultimo verso recita «ecco, ora sono scomparso».

Non è a Joyce che rinvia Fabrizio Coscia nel capitolo di Soli eravamo (Ad est dell'equatore, pagg. 218, 12 euro) dedicato ai Radiohead, ma a Robert Walser, lo scrittore de La p asseggiata . Anche Walser voleva scomparire. Provò a farlo seguendo un corso per domestici, cioè tentando di scomparire dalla scala sociale, poi si lasciò travolgere dalla blanda follia che lo condusse nei manicomi in cui visse fino al giorno di Natale del 1956, quando decise di scalare il monte Rosenberg. «Mentre scende per il pendio cade di schianto sulla schiena, sprofondando nel manto di neve. Così lo trovano, nel primo pomeriggio, due ragazzini». Sarà un caso, ma le fotografie del cadavere di Walser, riprodotte nel volume, rassomigliano alle immagini disseminate nei dischi dei Radiohead.

Giunto ormai alla terza edizione, Soli eravamo è un piccolo caso letterario. L'autore, insegnante e giornalista, infila una galleria di ritratti dedicati ad alcuni fra i maggiori scrittori e artisti della storia scansando una selva di pericoli: riesce a ritrarre i «massimi» senza sembrare inadeguato, salta da Dante a Bill Evans senza rompersi l'osso del collo e come se ciò non bastasse a metà di ogni capitolo si sposta dalla biografia all'autobiografia. La celebre finestra in cui, in Gente di Dublino di Joyce, appare Gretta rinvia a una finestra più personale, alla quale l'autore avrebbe volentieri lanciato dei sassolini; mentre i viaggi di Rimbaud, «in fuga perenne dalla propria immagine», spingono a una riflessione sulla vita condotta dal padre («Per tutta la sua esistenza, mio padre è stato un marito fedele, un padre affettuoso e un lavoratore infaticabile. Avrà mai sognato di andarsene?»).

Sono ritratti perfetti, né nuovi, né vecchi. Quando va a trovare Tolstoj, Cechov è invitato a spogliarsi e ad immergersi nel fiume in cui l'autore di Guerra e pace fa il bagno tutte le mattine. Non è previsto un rifiuto. Ma il giorno in cui Tolstoj visiterà Cechov in ospedale, invece di rispettarne le convinzioni lo annoierà con il suo fumoso misticismo. Per tenerselo stretto, Proust regala al suo amante Agostinelli una Rolls-Royce e un aeroplano. L'uomo si iscrive ad una scuola di aviazione con il nome di Marcel Swann: «uscì dall'area di volo autorizzata e sbagliando una virata toccò con l'ala la superficie della baia, precipitando in acqua. Il suo corpo fu ritrovato otto giorni dopo l'incidente». E poi il coltello di Caravaggio, la frigidità di Brahms, l'assurda allegria della Woolf. Tutti sono stati «all'altezza del loro fallimento», nota l'autore rubando la formula a Robert Browning. Fallimento che non bisogna temere, perché una sorta di ottimismo spira persino dalla bocca dei suicidi. Walser sorride eternamente nella neve e Cesare Pavese, accanto alle dieci bustine di sonnifero vuote, dimentica sul lavabo un pacchetto di cialde.