"Eros e disperazione. In quelle parole la sincerità assoluta"

Il cantautore di "Lettere d'amore": "Ne ho scritte tante, senza paura di essere ridicolo"

Quando parla di lettere d'amore Vecchioni non lo fermi più. Le ha lette, studiate, spiegate, scritte e cantate. «Sono una confessione spontanea, molto più spontanea di tante altre manifestazioni d'amore». E lui, non foss'altro che per Lettere d'amore (Chevalier de Pas) che ha sussurrato nel 1995 ispirandosi a Pessoa, è uno dei pochi capaci di parlar d'amore senza innamorarsi delle proprie parole. È spontaneo. Colto e spontaneo. E perfetto per raccontarci qui, alla vigilia della nostra serie di grandi dichiarazioni d'amore della storia e della letteratura, che cosa davvero significhi scrivere (o ricevere) la lettera d'amore, autentica visione in trasparenza del sentimento più puro e potente.

Dopotutto, caro Vecchioni, spesso noi siamo (stati) le lettere d'amore che abbiamo scritto.

«È una manifestazione non visiva ma totale del sentimento. Scrivendo, si riescono a dire cose che dal vivo non saremmo capaci di dire. Spesso di persona non andiamo oltre al “quanto sei bella”, “tutto quello che sei mi piace” eccetera. Scrivendo no».

Scrivendo?

«Scrivendo una lettera chiunque manifesta le proprie sofferenze più sincere, le mancanze anche edipiche, i sogni. È una summa di tutto ciò che si prova quando si ama: l'attesa, il desiderio, la volontà di espandersi o anche di prendere in senso sessuale. È il vero biglietto di visita di noi mentre amiamo. Ed è per questo che per tutti, anche per me, le lettere d'amore sono sempre una grandissima fonte di ispirazione e di sogno».

Ma Vecchioni quante ne ha scritte?

«Tantissime. Io ho scritto solo lettere d'amore o di disperazione. Ne ho ricevute poche ma ne ho scritte tante, spesso anche “sputtanandomi” per l'eccesso di sentimento, chiedendo di tornare o di perdonare. D'altronde le lettere d'amore o sono lunghissime o non sono».

Ecco, quali sono i cromosomi di una lettera d'amore.

«È come un romanzo. Il mio mondo ormai è antico e non mi permetto di giudicare chi oggi scrive d'amore con un messaggino o un tweet. Per me è quasi impensabile dichiararmi con così poche parole».

Ne avrà lette molte.

«Il primo grande scrittore di lettere d'amore è stato il greco Alcifrone, direi verso il secondo secolo avanti Cristo. Era un retore, scrivere per categorie ideali, dal pescatore alla cortigiana. D'altronde le lettere d'amore spesso hanno grande retorica che porta grande passione».

E poi?

«Nella letteratura greca ellenistica ce ne sono state tante e bellissime. Ma anche quelle del Rinascimento hanno lasciato tracce profonde. Quelle di Gaspara Stampa, ad esempio. O quelle di Vittoria Colonna a Michelangelo, straordinarie. Ma le più belle, le più toccanti sono state scritte in quel periodo da Veronica Franco, cortigiana veneziana, la più grande di tutte e l'amante di tutti i potenti veri dell'epoca, i principi e i regnanti. Riuscì persino a scrivere un piccolo volume su come dominare i maschi e quindi fregarli, raggirarli. Era una poetessa meravigliosa, forse la prima femminista del Rinascimento».

Ma qual è l'essenza di una lettera d'amore?

«Non è certo vieni a letto con me. La vera natura di una lettera d'amore è la capacità di esprimere quanto sia bello stare con una persona bella come quella che la riceverà. Insomma è più alta, più nobile di una richiesta di condivisione carnale».

E lei, Vecchioni, quante lettere d'amore ha scritto mascherandole da canzoni?

«Tante, forse una trentina nella mia carriera. Magari non erano proprio lettere ma erano messaggi, riferimenti, allusioni, rimandi. Parlare d'amore ha tante declinazioni diverse, talvolta le capisce soltanto chi le deve capire».

E ora?

«Parlo di un altro amore, egualmente forte. Faccio concerti. E presento in giro per l'Italia il mio libro Il mercante di luce (Einaudi) che ha già venduto sessantamila copie, una specie di record per un volume che parla di letteratura».

Ha parlato di letteratura, di musica, di lettere. E se dovesse parlare di sé, a 72 anni?

«Mi ripropongo con piacere di rivedere la vita. E sono, come sono sempre stato, un ottimista vero».