Per fare buona tv bisogna odiarla

Ecco come si racconta sul piccolo schermo il potere (e i pericoli) dei media. In una serie culto che diventerà un film

L'articolo che pubblichiamo, firmato Bucknasty (alias Matteo Lenardon), è tratto dal nuovo numero della rivista Link. Idee per la televisione, diretta da Marco Paolini, dedicato interamente ai «Vizi Capitali», da oggi in libreria e disponibile a breve in versione digitale per iPad, Android e Kindle. L'articolo, intitolato Profilo di un hater (e ospitato nella sezione dedicata all'Ira), è un ritratto di Charlie Brooker, giornalista, autore e presentatore televisivo inglese, noto soprattutto per la serie tv Black Mirror (sul potere/pericolo dei nuovi media). Black Mirror presto diventerà anche un film prodotto a Hollywood. I diritti per la trasposizione cinematografica sono stati acquistati da Robert Downey Jr.

Odiare tutti, odiare tutto. E cercare, nel frattempo, di far ridere. Ma con una risata amara, che ci taglia come un coltello affilato. È il mestiere di Charlie Brooker, che alla tv inglese ha elevato l'ira ad arte. Storia di un hater raccontata da un hater.
L'unica vera grande lezione che possiamo carpire dai media italiani, è non criticare. La tv italiana sembra infatti angosciata dal seguire pedissequamente quel vecchio modo di dire da nonna preoccupata per il nipotino vivace con tendenze anti-sociali: «Se non hai nulla di buono da dire, non dire nulla». I pochissimi spazi di critica sopravvissuti sono un risplendere di aggettivi agiografici - il libro imperdibile, lo scrittore geniale, l'album capolavoro, l'automobile impeccabile. Il risultato, quando letteralmente non esiste nulla di brutto, illeggibile, inutilizzabile e inguardabile è un coagulo di mediocrità che rende la tv sempre più distante, anacronistica e finta rispetto alla vita comune. Rispetto al web. Il contrasto è ancora più evidente quando si seguono le trasmissioni, come sempre più spesso si fa, tramite Twitter. Il tappo buonista e represso televisivo esplode sul web in insulti, satira in tempo reale e sfoghi distruttivi e liberatori verso conduttori e ospiti. Come nel caso di una coppia costretta dalle circostanze a convivere nonostante non ci sia più nulla da dire. Se fra le migliaia di battute di Villaggio pronunciate nella sua carriera quella che si ricorda più spesso è il giudizio del suo Fantozzi su La corazzata Potemkin, che dopo 40 anni ha ancora la forza di una bestemmia in una chiesa, il motivo è perché semplicemente non si fa.
Charlie Brooker, comico satirico inglese di 42 anni diventato poi giornalista, autore e sceneggiatore, è il risultato di questa frustrazione che si vive sul web nei confronti dei manierismi televisivi. È cinico, irascibile, misantropo; guarda con condiscendenza tutto ciò che è stupido e banale, promuove orgogliosamente un sentimento impossibile da esprimere normalmente in tv: la lucida arrabbiatura insofferente. È l'anti-anti-intellettualismo fatta persona. Nei suoi programmi, in cui decostruisce i cliché televisivi, lo si vede letteralmente urlare insulti verso il proprio schermo, seduto nel salotto buio di casa, da solo. Una scena che rimanda alle nostre frustrazioni e al nostro quotidiano rapporto di odio inascoltato verso la tv.
La carriera di Charlie Brooker nasce proprio sulla rete grazie al sito TvGoHome, realizzato tra il 1999 e il 2003 come satira della programmazione televisiva inglese. Il sito utilizzava il layout del Tv Sorrisi e Canzoni britannico per inventarsi settimanalmente programmi e sinossi surreali che si prendevano gioco dei veri canali tv d'Oltremanica. Un odio represso impossibile da veicolare in edicola che finalmente scavalcava la censura della carta stampata sulla rete. \
Nel 2005 riesce a portare il suo livore verso una generazione che si sente così autocompiaciuta e cool da TvGoHome al canale Channel 4. Brooker partecipa alla serie con il suo alter ego Dan Ashcroft, uno scrittore cinico e disincantato che finisce a collaborare con la rivista Sugar Ape, parodia della bibbia hipster VICE Magazine, come ultima sponda per sopravvivere grazie alla scrittura. Charlie Brooker si immagina il proprio protagonista vittima della sua stessa creatura, vessato infine da ciò che doveva salvarlo. «Gli idioti - Brooker fa dire al suo protagonista - sono dei consumatori schiavi autocompiaciuti, incapaci di comprendere il paradosso del loro uniforme individualismo. Pettinano i loro capelli in una informale perfezione. Indossano cinture sotto le palle. Ciarlano dentro macchine portatili di stronzate su quella fighissima email con la tizia inseguita da un lupo. Il loro amico figo l'ha scritta. È un idiota pure lui. Benvenuti nell'Era della Stupidità. Hail The Rise of the Idiots».
La fine di Ashcroft è quasi la medesima di Bing, protagonista di «15 Milioni di Celebrità», seconda puntata di Black Mirror, serie che si ripropone di pensare a come sarebbe Ai confini della realtà oggi se al posto delle paure sull'annientamento nucleare del mondo e le invasioni di alieni/russi usassimo la tecnologia dei social network, l'oversharing e gli schermi di smartphone e pc come sottotesto strisciante di ansia e terrore. Bing è uno dei tanti schiavi produttori di energia di una società del futuro. L'unico modo per emanciparsi dal ruolo di pedalatore/dinamo risiede nella partecipazione vincente a un talent show di stampo Italia's Got Talent. La ragazza di Bing partecipa, e invece di essere scelta per una carriera da cantante, come voleva il suo sogno, si ritrova a fare la pornostar per scelta dei tre giudici di gara. Bing cerca di rivederla partecipando anche lui alla trasmissione e finisce con un memorabile monologo finale recitato con un pezzo di vetro puntato alla propria gola. «Non ho preparato un discorso - dice dopo aver interrotto la propria esibizione minacciando il suicidio -. Volevo solo venire qui e farmi ascoltare da voi. Costringervi per la prima volta ad ascoltare almeno qualcuno veramente, invece di far finta di farlo». Ora la sua voce si fa ancora più disperata - urla. «Vi accomodate e noi ci mettiamo subito a cantare e ballare come dei pagliacci. Voi non ci vedete come degli uomini, ma come merce. E più siamo falsi e più vi piace, perché è la falsità l'unico valore, l'unica cosa che riusciamo a digerire. Anzi no, il dolore e la violenza; accettiamo anche quelli. Dovreste darci voi qualcosa di reale, ma non potete. Perché ci ucciderebbe». La vittoria di Bing è quella di ricevere un'ovazione dai giudici e dagli avatar degli spettatori. Non per il suo messaggio, ma per lo spettacolo creato nel comunicarlo. Bing finisce a lanciare invettive contro tutto e tutti con un pezzo di vetro puntato al collo, per trenta minuti, due volte alla settimana.
Non è difficile vedere in questi personaggi ansie personali di Charlie Brooker. Il tizio che recensiva videogiochi a vent'anni, passato a fare satira sul web contro tutta la macchina televisiva inglese e diventato ora uno dei personaggi di punta in Inghilterra proprio di quella macchina. Da columnist del Guardian ad autore di Dead Set e del pluripremiato Black Mirror.