Fascismo, un romanzo finito in farsa

Dalla deposizione di Mussolini al Gran Sasso: una narrazione di talento dell'ultimo atto del regime

Li segui, li vedi, li ascolti, li spii e ti fanno rabbia, fino alle viscere, fino al cuore. Maledetti, tutti. Il vecchio re che pensa solo a salvare la pellaccia, Umberto che non sa ribellarsi al padre, quella badoglia di Badoglio e i ministri, i generali, quella compagnia di giro di vigliacchi in fuga sulla Tiburtina, da Roma a Pescara e poi in mare fino a Brindisi, perché gli avieri e i piloti disgustati gli negano un passaggio in cielo.

«Badoglio tenta di infilarsi subito in macchina, ma tutto il battaglione di avieri è sull'attenti che vuole il saluto militare. Badoglio si avvicina a uno che sembra un ufficiale, tendendo la mano. Quello rimane immobile con la mano alla visiera e anzi dice: “Eccellenza lei parte! Quali ordini lascia?”. “Se vengono i tedeschi andate via. Ripresentatevi tra otto giorni, che torniamo anche noi”. Non c'è tempo per rispondere». E poi partono, gli infami. Sulla nave della mediocrità, della miseria umana. Partono mentre ragazzi di vent'anni combattono a Porta San Paolo, per difendere Roma. Sono carne da macello, ma sopravvivono. Sono gli eroi inconsapevoli dei granatieri, dei lancieri, dei bersaglieri, degli allievi carabinieri e un pugno di carristi dell'Ariete. È con loro che ricomincia una parvenza di futuro. Ma purtroppo non saranno loro la nuova classe dirigente. Sono solo soldati che resistono, che non sanno arrendersi.

Questa è L'estate degli inganni (Guanda, pagg. 430, euro 19). La forza di Adelchi Battista non è solo nella capacità di rovistare negli archivi. Certo, è da lì che prendono vigore le sue storie, ma poi c'è il racconto del grande romanziere. Tutto ciò che scrive è documentato. È rubato al fiume carsico di documenti, memorie, diari, telegrammi, pezzi di storia che riemergono qua e là. E tutto questo diventa narrazione, con scene dopo scene che formano un mosaico ora drammatico, ora malinconico, rabbioso e nei momenti cruciali purtroppo comico. È il romanzo che si muove nei retroscena della storia. È il marchio di fabbrica di Adelchi Battista. È il secondo tempo di Io sono la guerra (Rizzoli), quando il fascismo è caduto, Mussolini è uno straccio spostato come un pacco postale, prigioniero imbarazzante, rifiuto difficile da smaltire, un uomo che spera solo di essere lasciato in pace, che gioca a testa o croce il suo destino: è meglio essere liberato dai tedeschi o finire in mano agli inglesi? Forse è meglio morire.

Ascoltate questo dialogo. Mussolini è recluso a Ponza. Nella stessa isola dove scontava il confino il suo ex amico e compagno di cella Nenni. Parla con il sottoufficiale che piantona la villa-prigione.
«Maresciallo Marini, ditemi, perché da questo rubinetto non esce acqua? Io ho fatto stanziare molti soldi per l'acquedotto di Ponza».
«Avrete anche dato i soldi, eccellenza, ma l'acqua della sorgente finisce tutta in mare».
«Voi non dite la verità».
«Certo che sì, eccellenza. Potete andare a controllare quando volete».
«Ah, quei prefetti!».
«Diciamo anche quei federali, eccellenza».
«Perché? Ditemi, Marini, ve ne prego».
«Lo sapete perché sono stato comandato qui, eccellenza? Perché mi sono permesso di denunciare il federale di Littoria che rubava grano all'ammasso. Voi avete dato i soldi per asfaltare la via principale del paese, ma qui non si è fatto nulla e i soldi sono finiti in tasca ai soliti. I federali, il prefetto...».
«Li voglio qui immediatamente, devono rispondere dei soldi trafugati».
«E che volete fare? Voi non siete più nessuno oramai».
«Un giorno, un solo giorno di potere per punire una volta per tutte ladri e disonesti».

Un giorno. Illuso e presuntuoso il Duce. Ha avuto vent'anni a disposizione e non si è accorto di nulla. Questa è l'estate del tradimento e delle trattative segrete. È l'estate dell'elemosina, con un governo che perde la faccia. No, non solo con i tedeschi. Anche con gli alleati. Firmano l'armistizio a Cassibile, ma sperano di tenerlo segreto, fino a quando Eisenhower non decide di smascherare le paure di una classe dirigente di ignavi. È un'Italia in ginocchio, con il cappello in mano, senza dignità, con Badoglio che ordina a tutti di non disturbarlo dopo le dieci della sera, cascasse il mondo. E il mondo, il suo mondo, sta cascando. E lui dorme, disgustando gli americani, increduli, schifati. È lo sguardo dei personaggi secondari, alcuni ignobili, altri dignitosi, con sensi di colpa, costretti a rinunciare al proprio onore o a pagare con la morte. È l'Italia che come un topo si nasconde alla furia di Hitler. Tutto noto. Tutto se volete pagato per anni. Ancora adesso. Il merito e la magia di Adelchi Battista è riportarti nel sangue e nel fango di quella storia. Il suo segreto è in fondo questo. Conosci la fine ma ti affretti a vedere come va a finire.