"La fortuna dei Social? È la paura irrazionale di essere tagliati fuori"

Un libro spiega i meccanismi mentali che ci legano a Facebook e Twitter. Senza scadere nella demonizzazione della tecnologia

Mettiamo che ci sia un limite. Mettiamo che il vostro account vi permetta di spedire soltanto tre email al giorno. Mettiamo che il vostro cellulare vi permetta di scrivere soltanto tre sms al giorno. Sapremmo quali scegliere? Sappiamo quali sono le informazioni davvero importanti che ci «costringono» a rimanere perennemente connessi? Ricordiamo com'era la realtà prima che l'iperconnettività abusasse del nostro tempo? Il nuovo saggio della giornalista e docente inglese Frances Booth, fra le maggiori esperte globali di «distrazione digitale», dal titolo Felicemente #sconnessi (De Agostini), in un riuscito intreccio tra inchiesta giornalistica, psicologia sociale e terapia comportamenta smaschera i meccanismi che ci inchiodano alla Rete come farebbe un analista con le ossessioni classiche.

Terrorizzati da un mondo come viene presentato a esempio in Disconnect, il film nelle sale in questi giorni in cui violenza, ricatti, suicidi sono provocati dal potere del web, è inevitabile chiedersi come liberarsi dal giogo digitale che talvolta noi stessi ci imponiamo.

Perché oggi ci sembra di avere la «necessità» di vivere sempre connessi?
«Il mondo è cambiato e abbiamo sposato la tecnologia. E va bene. Ma ora, dobbiamo imparare a usarla. In un modo che ci consenta di esserne felici e non soltanto stressati».

La soluzione è disconnettersi?
«No. La soluzione è sapersi disconnettere e connettere al momento giusto. Recuperare l'indipendenza. Scegliere di usare la Rete invece che esserne governati».

Da quali indizi possiamo capire che è arrivato il nostro momento di saturazione?
«Dalla distrazione. Quando siamo distratti, prestiamo metà dell'attenzione dovuta. Ci mettiamo più tempo di prima a fare tutto. Ci sembra costantemente di non ricordare le cose. La qualità del nostro lavoro diminuisce così come la qualità delle relazioni. Ci sembra di avere un sacco di cose da sbrigare e di non riuscirci mai: siamo molto impegnati, la lista delle commissioni si allunga, ma alla fine della giornata scopriamo di non aver concluso nulla. In pratica non riusciamo più a processare le informazioni. A questo punto, il livello di stress, ma soprattutto di stanchezza, sale».

La soluzione?
«Ritrovare lo stato di concentrazione e quiete».

Passi da compiere?
«Cominciare a osservarsi. Se aiuta, scrivere le risposte alle domande che pongo nel mio saggio e confrontarle ogni giorno: che cosa mi distrae di più dalla realtà? Le email? I social media? Lo smartphone? In quali ore della giornata sono più distratto? Di che umore sono in quei momenti e nei successivi? L'astinenza non risolve nulla. Bisogna imparare a sconnettersi felicemente».

Nel saggio indica modelli di concentrazione cui ispirarsi.
«Quasi sue secoli fa, Thoreau si ritirò per due anni nei boschi intorno al Walden Pond. Oggi, David Strayer, professore di Psicologia all'università dello Utah, insieme a quattro neuroscienziati, ha sperimentato la libertà totale dal digitale in una spedizione a base di trekking e rafting. Il colosso dell'informatica Atos proibisce le email tra dipendenti. Una serie di atleti olimpici ha da tempo eliminato i cellulari dalla propria vita perché impedivano loro le “tecniche di visualizzazione” della vittoria».

La prima regola da osservare per tornare alla realtà?
«Aumentare la consapevolezza della propria presenza in un luogo. Diventare consapevoli anche dei comportamenti altrui: quanti dei vostri amici, vicini, pedoni, colleghi stanno guardando il telefono mentre parlano con voi o con altri?».

Eppure a volte la connessione rimane un'urgenza...
«Un'urgenza compulsiva. Quella che ci porta a controllare e controllare ancora e che chiamiamo “Fear of Missing Out (FOMO)”, Paura di Essere Tagliati Fuori. Un'indagine di MTV dimostra che il 58 per cento dei giovani si preoccupa di essersi perso una notizia importante mentre era scollegato. Un ruolo fondamentale poi lo gioca l'abitudine: non vorrei chiamarla “dipendenza”, almeno fino a che riusciamo ad applicare dei metodi per diminuire questa “urgenza”».

Qual è il modo «sbagliato» di far fronte all'iperconnettività?
«Spegnere tutto e subito. O sostenere che spegnere tutto e subito sia il modo migliore per vivere. La tecnologia ci serve. Come nelle diete, perché il cambiamento duri va raggiunto poco alla volta e il comportamento compreso, prima di essere cambiato".

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Ritratto di Giuseppe.EFC

Giuseppe.EFC

Ven, 24/01/2014 - 10:14

Cena di Leva: una mia compagna di classe mi chiede come trovarmi su Facebook. Le sorrido: non ci sono, non sono su Facebook. Né su Twitter né altrove. Ho Internet, ci mancherebbe: sono laureato in Telecomunicazioni, ma lo avrei comunque. Non sono uno snob: il mio professore di Comunicazioni Elettroniche ci spiegò come tante persone che conosceva si vantassero di non aver mai toccato un computer in vita loro. Beh, all'epoca si poteva: ma oggi? Benedico le email, che mi permettono di mandare gli auguri a Natale in tempo reale, e di mantenere contatti con amici che magari sono a Tokio, Hong Kong, Kuala Lumpur o Buenos Aires. Una volta, con le lettere, li perdevi di vista dopo un mese. Gli SMS hanno sostituito gli auguri per tanti altri. Insomma, ammetto che quando ero bambino, nemmeno nei miei sogni più sfrenati potevo immaginare le possibilità che ho oggi. Conto bancario on-line, prenotazione sanitaria on-line. In medio stat virtus. Amo questa epoca e vorrei poter vivere 1000 anni solo per poter vedere le prossime: la conquista dello spazio, dei fondali oceanici. La fine della fame del mondo. Mi preoccupano i ragazzini che sembrano vivere attaccati al loro cellulare: ma in fondo, mi ripeto, è una fase che passerà. Abbiamo visto il crollo delle ideologie, dei cartoni animati giapponesi: un giorno finirà anche Facebook. E dedicheremo articoli e convegni al pericolo del nuovo gizmo del momento