Francesco da santo a divo Un vero peccato mortale

Uno che ha scritto l'Odissea 2.0, come si direbbe oggi, avrebbe potuto impressionarsi per una volgare messa all'Indice? No, l'indice per lui era semplicemente il dito che indicava la direzione di una santità laica. E quella via imboccò, Nikos Kazantzakis (1883-1957), andando sempre dritto come un fuso e alla fine meritandosi le parole che volle scritte sulla propria tomba: «Non mi aspetto nulla. Non temo nulla. Sono libero». Eresia fa rima con poesia e poeta eretico infatti fu, forse oltre le sue stesse intenzioni, poco ortodosso per i gusti della Chiesa ortodossa della sua Grecia, e anche poco cattolico per quella di Roma, che non apprezzarono L'ultima tentazione di Cristo (1960), grande atto d'amore per l'uomo, per Dio e per l'uomo-Dio, oltre che per la letteratura cui dà lustro.
Uno che prende per mano l'Odisseo imborghesito e annoiato dalla sua terza vita, quella iniziata dopo il ritorno dall'epica missione, e lo riporta in viaggio; uno che ha plasmato in proprio, senza prenderlo in prestito da Omero, il suo Odisseo, cioè Zorba, Zorba il greco, tuffandolo nel mare procelloso del Novecento; uno che in meno di due mesi ha tradotto la Commedia di Dante nella metrica greca della «terza rima», ma anche Il Principe di Machiavelli. Uno così, devoto all'arte quanto ai tormenti dell'umanità che spesso quell'arte vessa e svilisce, come avrebbe potuto, innamorato della patria dell'arte, l'Italia, non abbracciare la causa e le piaghe del patrono d'Italia, San Francesco?
È tornato il suo poverello d'Assisi, e si chiama Francesco (in onore del nuovo Papa?) da Crocetti Editore (pagg. 402, euro 16, traduzione di Valentina Gilardi). Fratello Nikos parla per bocca di Leone, uno fra i primi a seguire il figlio scapestrato del commerciante Pietro Bernardone e della nobildonna di origine francese Pica Bourlemont sulla strada della Povertà, della Bontà, della Castità e dell'Obbedienza. E anzi, proprio in Leone, prima che in Francesco, qui scocca la scintilla della redenzione... Nell'Assisi delle taverne e del vino, delle belle fanciulle di buona famiglia e degli affari, i due accendono il fuoco purificatore. Così «il Manibucate» e il suo amico che ora, nella pace del chiostro, rievoca la loro meravigliosa avventura, partono alla conquista della pace sulla Terra. «Per salire al cielo - scrive Nikos-Leone -, hai preso la rincorsa dal fondo dell'Inferno». «Non aggiusto botteghe, le abbatto», dice Francesco al padre ufficializzando la rottura con il passato.
E presto all'ex «Manibucate» e a Leone s'uniscono Sabatino, Rufino, Bernardo, Pietro, Egidio, Cappella, Ginepro, Angelo, Elia, Masseo, Silvestro e Pacifico. Sono dodici, come gli apostoli. Ma uno, Elia, «tradirà» piegando la Regola ai richiami fuorvianti del mondo, e in compenso s'aggiungerà una donna, «frate Jacopa», signora altolocata conosciuta a Roma, al secolo Giacoma Frangipane de' Settesoli... Ah, le donne... Le donne tentatrici come fu la bellissima Chiara, figlia di Favorino Scifi, e la prostituta che un giorno degli ubriaconi gli gettano nuda fra le braccia, e le contadine che intingono le mani nelle sue ferite per mondarsi con il suo sangue: Francesco ne conosce bene il fascino. E proprio lei, Chiara, la prediletta del prima, con le serenate notturne, e del dopo, con la contrizione e il taglio dei vaporosi capelli, sarà l'unica a tappargli la bocca, povero Poverello, quando gli dice: «Non sarà la tua santità a stabilire i confini della virtù». Parole da femmina, parole da santa.
Nella biografia di Kazantzakis c'è tutto Francesco: il restauro operoso della chiesa di San Damiano, il vagabondare fino a Ravenna e l'incontro con il cataro, il pellegrinaggio a Roma da Papa Innocenzo III per ottenere l'approvazione della Regola, la seconda Regola, quella light, concessa ai timorosi, la puntatina a Bologna per contestare l'arroganza dei dotti in teologia, la «trasformazione» del brigante capitan Lupo in Agnello, i contrasti con il vescovo. E, dopo tanto girovagare a portare ovunque, soprattutto sull'inospitale e proprio per questo confortevole monte della Verna, la croce dello scandalo chiamato Amore, il ritorno nella città natale, fra ali di folla incuranti della sua fragilità, fra il pubblico che lo acclama come star della religione ma non della fede.
La partecipazione di frate Nikos alla parabola francescana è totale. Totale la sua immedesimazione con Leone. «Il tempo è rotondo, rotola in fretta», dice il Narratore. E rotola, infine, sulla nuda terra autunnale il giorno 3 ottobre del 1226, quando Francesco lascia i tormenti materiali e, chiamandosi ancora «peccatore», va a scontare i propri peccati di santità in Paradiso.