Furukawa Hideo, una storia di cani narrata da maestro

Quando leggo un romanzo giapponese spero sempre di non trovarmi a leggere un romanzo giapponese. Tipo un Murakami Haruki o un Murakami Ryu, che per carità sono pure bravi ma sono irrimediabilmente giapponesi nel rapporto nella narrazione statica e nel descrittivismo didascalico, mi fanno l'effetto di quegli arazzi noiosi che trovi nei ristoranti. Tra l'altro non sai mai qual è il nome e quale il cognome, quando riesci a ricordarti uno dei due. L'unica sopportabile è la Yoshimoto, perché letti uno letti tutti e si chiama Banana, facile e simpatica. E poi mi piace Yukio Mishima, perché si è suicidato, sebbene trovi sempre uno di destra a cui piace Yukio Mishima per motivi di eroismo guerriero e mi viene da sbadigliare.
Pertanto con un certo pregiudizio ho cominciato a leggere il romanzo Belka) di Furukawa Hideo, anche perché nella quarta di copertina Sellerio ci informa che viene considerato il nuovo Murakami Haruki, oh per carità, già non ne posso più del vecchio. Invece Hideo ti sorprende subito centrando il fulcro narrativo del suo romanzo sul XX secolo dal punto di vista di una stirpe di cani, diramatasi da quattro capostipiti: Katsu, Kita, Seiyu e Explosion, cani soldato in dotazione all'esercito nipponico e statunitense, i cui discendenti si sparpaglieranno per il mondo, ognuno con la sua controstoria della Storia.
All'inizio del libro, dopo una dedica sibillina a Boris Eltsin («A Boris Etsin, conosco il tuo segreto...»), c'è perfino lo schema dell'albero genealogico dei protagonisti a quattro zampe, tante volte vi perdeste per strada. Infatti seguendo il pedigree dei cani, di era canina in era canina, vi troverete nel mezzo della Seconda guerra mondiale, sul 38° e il 17° parallelo in Corea e Vietnam, in Alaska e in Russia, vicino alla figlia di un boss della yakuza sequestrata da mafiosi russi, il tutto raccontato da un narratore con una strepitosa Weltanshauung canina. Con una domanda emblematica: «Quanti uomini hanno perso la vita in quelle battaglie? E quanti cani?».
Discendenti del lupo, e da 10mila anni migliori amici dell'uomo grazie alla selezione artificiale (dopo le prostitute e prima delle donne), i cani sono stati in prima linea negli eserciti, fino all'ultima invasione dell'Afghanistan da parte dell'Urss. E come è noto i primi a andare nello spazio, come la famosa Laika, nel '57 sparata senza pietà nello spazio a bordo della capsula sovietica Sputnik II. Cioè, i comunisti erano stronzi pure con i cani, bisogna riconoscere che almeno questo Hitler non l'avrebbe mai fatto.
Non so, per rendervi conto di quanto è bravo Hideo, e quanto per scrivere di cani non sia necessario scrivere da cani e ambire al Premio Strega, pensate a quanto sarebbe stato noioso un romanzo del genere se l'avessero scritto Alberto Asor Rosa o Emanuele Trevi, due palle così.
L'unico difetto di Hideo è avercela troppo con il presidente Truman e l'«imperialismo americano», ma dopo due atomiche sul Giappone forse un certo risentimento è lecito. Insomma Hideo, altro che Murakami, assomiglia più a un Vollmann cinofilo, a un incrocio felice tra Guerra e pace e Lassie, a un nuovo Tolstoj che abbia scoperto un modo più sincero e geniale per far sentire la vita, il dolore e l'innocenza: abbaiare.