Gaston Criel, un esistenzialista a ritmo di jazz

«Grido» e «cielo», cri e ciel. Di queste due parole, soprattutto di questi due «concetti» Criel era la sintesi (nomen omen), secondo il suo amico ed editore Samuel Tastet.
Criel chi? Giusto, Criel chi? Fatto di grida rivolte al cielo, di urla libertarie e libertine, Gaston Criel (1913-90) è pressoché assente non soltanto dalle nostre librerie, ma anche dalle nostre biblioteche. Nota stonata, è il caso di dire a proposito di questo esistenzialista dissonante. Mentre tutti si cullavano sui versi di Jacques Prévert musicati da Joseph Kosma e gorgogliati da Juliette Gréco o sussurrati da Yves Montand, lui si frullava la vita al ritmo del jazz-hot, della negritudine, dell'insolvente e gratuita esplosione i cui echi americani giungevano fino alle cantine di Parigi. Mentre tutto intorno era un concerto di musi lunghi e di vestimenti sul nero andante, lui batteva, scatenato, il tempo luminoso dello swing.
Un figlio di buona donna a proprio agio soltanto con le buone donne, un Villon del Ventesimo secolo che impiccò i propri pensieri a una ballata sincopata, un «maledetto» che coniugò Django Reinhardt a Rimbaud e Louis Armstrong a Novalis. E che, stando a quanto afferma il suo alter ego da romanzo Robert Reynaud, si scopò una cantante nera la quale di nome faceva Ella... Episodio, questo, non proprio destituito di ogni fondamento, visto che il Nostro negli Stati Uniti andò per davvero, non soltanto, sotto i panni di Robert, per la finzione letteraria di Il grande imbroglio, il romanzo del '52 che ora finalmente leggiamo in italiano (Elliot, pagg. 189, euro 17,50, traduzione di Raphaël Branchesi, in libreria dalla prossima settimana). E guardacaso ci andò proprio con le stesse modalità di Robert, cioè al seguito di un'americana con un matrimonio fallito dietro le spalle e molti bicchieri vuoti di Martini davanti al seno prosperoso.
In galera per sfruttamento della prostituzione, invece, non ci andò. In compenso trascorse un periodo non proprio roseo, dal '40 al '45, nel campo di prigionia di Stalag XI, dalle parti di Berlino. Perché anche ai poeti nullafacenti toccò portare il proprio leggero obolo all'altare della Patria... Giusto un anno prima, nel '39, Criel aveva infatti fondato il gruppo «Pour la poésie». Non che le raccolte Amours, Gris, Étincelles avessero fatto gridare al miracolo, ma insomma, i complimenti di Paul Éluard non erano caduti casualmente dal cielo come la pioggerellina che molce i pensieri tristi dei vagabondi a Montmartre.
Del resto, per Criel tutto è un grande imbroglio. Le donne, in particolare, come ben sa il suo sodale Robert. Dalla tenera Ginette in giù o in su, fino all'opprimente Omphale, da Nancy, l'americana con la quale il personaggio del romanzo s'imbarca con destinazione States fino a Geneviève, sorta di suffragetta con l'animus della casalinga, tutte, una volta lasciata la posizione orizzontale, accampano pretese, desiderio di certezze sotto forma di franchi e orizzonti di glorie impossibili. Certo, esiste anche un Criel con il vestito buono, un Criel presentabile. È il segretario di André Gide, è l'assistente di Jean Cocteau, è l'affittuario di Jean-Paul Sartre, pagato con un pacchetto di gauloises. Tuttavia il vero Criel alias Reynaud, come le sigarette che cadono loro intorno tipo foglie morte, resta quello marginale, border-line, periferico.
Tale è ovunque vada, negli Stati Uniti dove s'imbeve della nuova musica o sulla Costa Azzurra dove disprezza i pederasti pronti a vendersi per un aperitivo e le lesbiche che soffiano chissà quali paroline magiche all'orecchio delle pupe da portarsi a letto. Tale è in Sexaga, in Phantasma, in Circus, in L'Os quotidien, nella sua inclassificabile produzione per ora sfuggita ai nostri editori. In Swing, il livre de poche della sua jazzitudine che ora sempre Elliot distribuisce dopo un'ormai introvabile uscita del '49 per le Edizioni Camene di Catania, scrive: «Il jazz hot è la vita, quella quotidiana, con le sue gioie e i suoi blues, le sue speranze e il suo spleen. È il regno del sogno di quaggiù (fisico). La musica classica è la via della coscienza sovraterrena, il regno di un sogno dell'aldilà (metafisico). La musica militare è il canto del macellaio, l'inno del venditore di cannoni, la speranza della bestia, del capitale, della regressione, della barbarie».
Di musica militare sanno qualcosa sia il Robert Reynaud rinchiuso nel carcere di Fresnes, sia il Gaston Criel ingabbiato dai tedeschi. D'altra parte la musica classica, troppo alta ed eterea, non fa per loro. Non resta dunque che il jazz, colonna sonora frantumata, crollata sotto i colpi di quel grande imbroglio che è lo stare al mondo.