Il genio di Leonardo da Vinci illumina Milano

Un Leonardo bello ed inedito quello in mostra a Milano nell’anno di Expo

Un Leonardo bello ed inedito quello in mostra a Milano nell’anno di Expo. Un successo già annunciato, non tanto per il richiamo dell’Esposizione Universale, che richiamo non è viste le nubi (non solo quelle del meteo) che si addensano sull’inaugurazione, ma quanto per la cultura, il genio, la vita dell’uomo più letto e studiato della storia dell’arte mondiale. Quasi una leggenda, un essere mitologico, metà uomo e metà divinità. Solo un Dio, infatti, può fare in una vita durata appena 67 anni, ciò che nessuno è mai riuscito a fare durante tutto il corso della storia. Basti pensare che molte delle sue invenzioni sono servite nei secoli seguenti da ispirazione per oggetti o infrastrutture che oggi sono di uso comune.

Leonardo di ser Piero da Vinci (Vinci, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519) è stato, infatti, non solo un pittore, ma anche un ingegnere e uno scienziato nel senso più ampio del termine. In pratica era interessato a tutto e tutto gli interessava studiare: medicina, astrologia, meccanica, ingegneria, matematica, musica. Non c’era attività legata all’uomo che non lo appassionasse. Un talento universale, una delle anime indiscusse del Rinascimento e riconosciuto precursore di molte innovazioni tecniche del suo tempo e dei secoli successivi che incarnò in pieno lo spirito della sua epoca, portandolo alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell’arte e della conoscenza. Si occupò di architettura e scultura, fu disegnatore, trattatista, scenografo, anatomista, musicista e, in generale, progettista e inventore. Per questo è considerato, a ragione, uno dei più grandi geni dell’umanità. Basta scorrere l’elenco delle sue opere per rimanere storditi come in preda ad una sorte di sindrome di Stendhal.

A Palazzo Reale, fino al 19 luglio, non sono esposti solo i trenta preziosissimi disegni provenienti dalle collezioni reali inglesi, non solo il Musico dalla Pinacoteca Ambrosiana, il San Gerolamo dai Musei Vaticani, la Scapigliata dalla Galleria Nazionale di Parma e la Madonna Dreyfuss dalla National Gallery di Washington, ma anche opere di artisti moderni e contemporanei come Marcel Duchamp, Enrico Baj, Andy Warhol, Stefano Arienti, Franco Bulletti, Fulvio Di Piazza, Agostino Arrivabene e Francesco Pignatelli, che rappresentano un Leonardo riletto e rivisitato dalla sensibilità moderna, a dimostrare un’eredità artistica sempre vitale. Un viaggio anche nella natura amata da Leonardo, ispiratrice delle sue opere perché come diceva lui la natura non va copiata, va imitata. “Muovesi l’amante per la cos’amata come il senso alla sensibile, e con seco s’unisce e fassi una cosa medesima. L’opera è la prima cosa che nasce dall’unione. Se la cosa amata è vile, l’amante si fa vile”, scriveva il genio di Vinci.

Un itinerario espositivo mai visto prima per il maestro: dodici sezioni dedicate al disegno; al rapporto con l’antico; alla novità dei moti dell’animo; al confronto tra disegno, pittura e scultura; ai progetti sognati, disegnati ma talmente avveniristici da essere irrealizzabili; all’automazione e alla meccanica, all’ingegneria idraulica. Un percorso che svela sia il genio pittorico sia il genio scientifico di uno dei personaggi più famosi di tutta la storia umana. La retrospettiva si compone di tre delle sue macchine rivoluzionarie (il maglio battiloro, il carro automotore, il telaio meccanico); capolavori pittorici come Il San Gerolamo della Pinacoteca Vaticana e alcuni suoi codici originali; 100 disegni autografi di cui almeno 30 provenienti dal codice atlantico (altri sono provenienti dalla biblioteca reale di Torino, dal gabinetto dei disegni e delle stampe degli Uffizi, dal British Museum, dal Metropolitan Museum di New York, dalla Royal Library di Windsor, dalla Morgan Library di New York, dalla Fondazione Custodia di Parigi). Peccato per la poca partecipazione (quasi nulla) della Galleria degli Uffizi alla mostra, evidentemente eccessivamente gelosa del “suo” Leonardo.

Una mostra giustamente molto Milano-centrica che tenta di riportare Leonardo nei “suoi luoghi” di gioventù, dove lavorò dal 1482 (aveva 30 anni) al 1500, presso la corte sforzesca. Milano all’epoca era una delle poche città in Europa a superare i centomila abitanti, al centro di una regione popolosa e produttiva. Le ragioni della sua partenza da Firenze furono molteplici. Sicuramente l’invio dell’artista fu voluto da Lorenzo il Magnifico nell’ambito delle sue politiche diplomatiche con le signorie italiane, in cui i maestri fiorentini erano inviati “all’estero” come “ambasciatori” del predominio artistico e culturale di Firenze. Leonardo ebbe la missione di portare il suo genio davanti a duca Ludovico il Moro al quale scrisse una famosa lettera d’impiego di ben nove paragrafi, in cui descriveva i suoi progetti di ingegneristica, di apparati militari, di opere idrauliche, di architettura, e solo alla fine, di pittura e scultura, di cui occuparsi in tempo di pace, tra cui il progetto di un cavallo di bronzo per un monumento a Francesco Sforza, poi mai realizzato.

Leonardo era intenzionato a restare a Milano, città che doveva affascinarlo per la sua apertura alle novità scientifiche e tecnologiche, causata dalle continue campagne militari. L’ambiente fiorentino doveva procurargli ormai un certo disagio: da un lato non si doveva riconoscere nella cultura neoplatonica della cerchia medicea, così imbevuta di ascendenze filosofiche e letterarie, lui che si definiva omo sanza lettere; dall’altro la sua arte stava divergendo sempre di più dal linearismo e dalla ricerca di una bellezza rarefatta e idealizzata degli artisti dominanti sulla scena, già suoi compagni nella bottega di Verrocchio, quali Perugino, Ghirlandaio e Botticelli. Dopotutto la sua esclusione dai frescanti della Sistina rimarca la sua estraneità a quel gruppo. Per questo fu ben contento di starsene a Milano per ben 18 anni.

Per la prima commissione l’artista dovette attendere però il 25 aprile 1483, quando con Bartolomeo Scorione, priore della Confraternita milanese dell’Immacolata Concezione, stipulò il contratto per una pala da collocare sull’altare della cappella della Confraternita nella chiesa di San Francesco Grande (oggi distrutta). Al contratto presenziarono anche i fratelli pittori Evangelista e Giovanni Ambrogio De Predis, che ospitavano Leonardo nella loro abitazione vicino Porta Ticinese. Si trattava niente di meno che della pala della Vergine delle Rocce. I De Predis chiesero un conguaglio di 1.200 lire, rifiutato dai frati. La lite giudiziaria si trascinò fino al 1506, quando i periti stabilirono che la tavola era incompiuta e, stabiliti due anni per terminare il lavoro, concessero un conguaglio di 200 lire, ma dato il mancato pagamento delle 1.200 lire da parte della Confraternita, Leonardo pare avesse venduto per 400 lire la tavola, ora al Louvre, al re di Francia Luigi XII, mettendo a disposizione, durante la lite giudiziaria, una seconda versione della Vergine delle Rocce, che rimase in San Francesco Grande fino allo scioglimento della Confraternita nel 1781 ed ora conservata alla National Gallery di Londra.

Nei primi anni milanesi Leonardo proseguì con gli studi di meccanica, le invenzioni di macchine militari, la messa a punto di varie tecnologie. Verso il 1485 doveva essere già entrato nella cerchia di Ludovico il Moro, per il quale progettò con versatilità sistemi d’irrigazione, dipinse ritratti, approntò scenografie per feste di corte, ecc. Una lettera di quegli anni ricorda però come l’artista fosse insoddisfatto per i compensi ricevuti, descrivendo anche il suo stato familiare. Leonardo scrisse al duca che in tre anni aveva ricevuto solo cinquanta ducati, troppo pochi per sfamare “sei bocche”: la sua, quelle dei tre allievi Marco d’Oggiono, Giovanni Antonio Boltraffio e Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì, di un uomo di fatica e, dal 1493, di una domestica di nome Caterina, forse la madre naturale di Leonardo al seguito del figlio dopo essere rimasta vedova.

Un altro tema ricorrente del periodo milanese è il ritratto, in cui l’artista poté mettere a frutto gli studi anatomici avviati a Firenze. Nel 1494 Leonardo ricevette una nuova commissione, forse la più importante, legata al convento di Santa Maria delle Grazie, luogo caro al Moro, destinato alla celebrazione della famiglia Sforza, in cui aveva da poco finito di lavorare il Bramante. I lavori procedettero con la decorazione del refettorio, un ambiente rettangolare dove i frati domenicani consumavano i pasti. Si decise di affrescare le pareti minori con temi tradizionali: una Crocifissione, per la quale fu chiamato Donato Montorfano che elaborò una composizione tradizionale, già conclusa nel 1495, e un’Ultima Cena affidata a Leonardo. Nella mostra, infatti, c’è una sezione dedicata proprio al Cenacolo. Mentre il Moro era a Innsbruck, cercando invano di farsi alleato l’imperatore Massimiliano, il 6 ottobre 1499 Luigi XII conquistava Milano. Il 14 dicembre Leonardo fece depositare 600 fiorini nell’Ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze e abbandonò Milano.

Nella grande mostra di Milano Leonardo viene posto a confronto con i suoi predecessori per capire l’influenza che esercitarono su di lui e l’eredità che egli trasferì ai suoi epigoni in uno dei periodi storici più intensi per l’arte e per lo sviluppo del genio umano. Sono quindi in mostra anche opere di Antonello da Messina, Botticelli, Filippino Lippi, il Ghirlandaio, il Verrocchio, Paolo Uccello, Antonio e Piero del Pollaiolo, il Bramante, Della Robbia, Giuliano da Sangallo e molti altri.

Una mostra che per ovvie ragioni presenta anche molte lacune riguardo alla sterminata produzione artistica di Leonardo ma che è completa rispetto all’obiettivo che si era prefissato di tratteggiare la figura del Leonardo milanese e del suo amore-odio nei confronti degli Sforza. Notevole l’allestimento, chiaro agli occhi del visitatore e rilassante nel suo percorso nitido ed elegante con giochi di luci che non affaticano mai la vista. Un beneficio non solo per la mente ma anche per lo spirito. Si esce dalla mostra di Leonardo quasi come purificati e leggeri, di quella leggerezza che solo il bello dell’arte e della cultura può donare.

La mostra Leonardo è curata da due dei maggiori storici dell’arte che si siano occupati del genio del Rinascimento: Maria Teresa Fiorio e Pietro Marani. Appassionante e piacevole la voce di Alessandro Scafi, professore di Iconologia e Iconografia all’Università di Bologna e docente nei corsi di Arte e Civiltà Italiana presso il Victoria and Albert Museum e il Warburg Institute di Londra che accompagna il visitatore attraverso le audio guide spiegando con semplicità e accuratezza molte delle opere presenti. Da consigliare la visita in notturna (giovedì, venerdì, sabato e domenica la mostra resta aperta fino alle 24): oltre a non fare la coda all’ingresso, l’esperienza in solitudine in mezzo alle opere è indimenticabile. Un esempio di buona organizzazione che dovrebbero seguire anche tutti gli altri musei italiani.

Infoline e prevendite
+39.0292800375
(dal lunedì al sabato dalle 8.00 alle 18.30)

Commenti
Ritratto di stock47

stock47

Ven, 08/05/2015 - 17:47

Si, Leonardo è stato un grande ma questo continuo attaccarsi al passato e alle macerie ci fa vivere cibandoci dei morti, invece che di dare cibo al futuro e a chi verrà dopo di noi. Solo da questo si capisce che siamo in declino a rotta di collo.