Il Giorno della Memoria

È possibile «vedere il nemico con gli occhi dell’amico»? Domanda quanto mai opportuna quella che è servita da sottotitolo al convegno su «Memoria e attualità dei Giusti», organizzato nei giorni scorsi a Milano dal Comitato «Foresta dei Giusti» e dall’Unione Giovani Ebrei d’Italia.
La Giornata della Memoria rischia infatti di trasformarsi in un’occasione per discorsi retorici oppure, come nel caso delle assurde frasi del vescovo Williamson, rischia di essere «violentata» da chi nega contro ogni evidenza la realtà della Shoah. C’è, invece, un altro modo di viverla, proiettando sul presente l’insegnamento del passato e soprattutto valorizzando le storie di coloro che non si arresero al male. Così cercano di viverla, educando in questo senso i giovani, tre donne quasi coetanee, nate nel dopoguerra, impegnate a fare vedere il nemico con gli occhi dell’amico. Non per confondere il bene con il male, ma per far sì che aberrazioni come quella della Shoah, così come di altri genocidi, non abbiano a ripetersi.
Una di loro, Antonia Grasselli, vive in Italia e fa l’insegnante; un’altra sta in Israele educando alla convivenza attraverso il teatro; una terza vive in Bosnia e organizza dei corsi per i giovani.
La Grasselli insegna al liceo Fermi di Bologna e coordina la rete regionale «Storia e memoria» che riunisce sedici scuole dell’Emilia Romagna. È cresciuta nei ricordi della deportazione del padre in Germania come internato militare italiano, insignito della croce al merito di guerra per azioni di solidarietà verso i compagni di prigionia. Iscritto al Pci di Reggio Emilia nel dopoguerra, ne venne radiato per essersi rifiutato di firmare una dichiarazione contro Valdo Magnani e Aldo Cucchi, i due deputati comunisti schierati contro la politica filostaliniana. «La nostra generazione – racconta – è vissuta in una memoria viva, non come quella dei nostri giovani per i quali va attivata consapevolmente». «L’incontro con i giusti del passato – spiega – ha segnato l’inizio per me di un compito educativo nuovo e di un nuovo impegno nel presente. Nei percorsi di memoria che proponiamo ai ragazzi tutta la persona è messa in gioco, a studiare, riflettere, giudicare, agire».
Per Antonia Grasselli «c’è un equivoco particolarmente pericoloso» riguardo al Giorno della Memoria, quello «di credere di dover ricordare avvenimenti del passato. Noi, invece, quando facciamo memoria abbiamo lo sguardo rivolto al tempo presente. C’è una memoria che nasce dal risentimento e dalla vendetta e c’è una memoria che nasce dalla gratitudine e porta all’immedesimazione con i giusti e alla riconciliazione. È la memoria più difficile ma è quella che radica la coscienza civile di una nazione».
Angelica Edna Calò Livnè è nata a Roma da un’antica famiglia ebraica e vive in Israele, con il marito e i quattro figli, in un kibbuz al confine con il Libano. Ha scelto il teatro come strumento di comunicazione, per risvegliare valori quali «il rispetto, la tolleranza, la pace con se stessi e con gli altri, l’aspirazione al dialogo e la curiosità sincera per il diverso vedendolo come fonte di crescita e di arricchimento personale». Ha insegnato in scuole multiculturali, in scuole per ragazzi emarginati; tiene un corso in un’università araba ed è l’animatrice e l’ideatrice della fondazione «Beresheet LaShalom». Allestisce con il Teatro Comunitario della Galilea Arcobaleno (compagnia composta di ragazzi ebrei, cristiani, musulmani, arabi, drusi che ha fondato insieme al suo compagno Yehuda), spettacoli di mimo e danze che raccontano i sogni e le paure di un adolescente che vive in un paese in guerra. «Porto con me da sempre – racconta – un sacco sulle spalle dove è racchiusa la fede verso un Dio che non permetterà al mio popolo di sparire dalla faccia della terra. Sono cresciuta ascoltando e facendo mie storie di angeli che hanno salvato la mia famiglia dalla ferocia, dall’intolleranza, dalla spietatezza e il non senso». «Fin da ragazzina – aggiunge – ho sentito il bisogno di ringraziare quelle suore che hanno dato asilo ai miei nonni e al mio papà allora sedicenne, e alla piccola città di Fiastra nelle Marche che ospitò mia madre di otto anni e alla sua famiglia. Quando giunsi in Israele a 20 anni sapevo che la mia vita sarebbe stata una sorta di missione. Per continuare a ringraziare, per insegnare la gratitudine, per trasmettere che nulla è dovuto e che ogni giorno nel quale apriamo gli occhi alla vita è un dono. Cosi è nato il Teatro dell’Arcobaleno e la mia ragione di vita: Beresheet LaShalom, per far si che ragazzi di ogni religione e cultura possano conoscersi, cercando di capire le sofferenze degli altri».
La terza storia è quella di Svetlana Broz, nipote di Tito, il dittatore jugoslavo. Lei, medico specializzato in cardiologia, durante la guerra che ha lacerato i Balcani all’inizio degli anni Novanta ha scelto di lasciare Belgrado per trasferirsi a lavorare in Bosnia-Erzegovina, nella zona del conflitto. Ha incontrato le vittime sopravvissute ai massacri etnici di quella guerra fratricida che ha insanguinato l’Europa. «Non riuscivo a commuovermi di fronte all’abisso del male – racconta – mi sono commossa, invece, di fronte al bene, di fronte alla testimonianza dei giusti che hanno scelto il bene anche a costo della loro vita». Svetlana ricorda un episodio avvenuto nel 1992, in un campo di concentramento bosniaco dov’erano rinchiuse quaranta persone di diversa provenienza. Una di loro si è ritrovata il suo migliore amico tra i carcerieri. E a quest’uomo è stato ordinato di scegliere dieci prigionieri, decicendo giorno, luogo e modalità della loro uccisione. «Lui si è ribellato e ha detto ai boia: “Sono innocenti, non potete ucciderli”. Poi si è rivolto alle vittime: “Non posso fare nient’altro... Io sarò ammazzato!”. Lo hanno ucciso. Ma i quaranta prigionieri si sono salvati».
L’organizzazione non governativa, «I Giardini dei Giusti nel Mondo di Sarajevo», è stata fondata con l’intento di trasmettere il coraggio civile alle nuove generazioni della regione, per rafforzare la tolleranza e la collaborazione oltre i confini etnici, culturali e religiosi. «Con questo spirito cerchiamo di far presa sui giovani, di coinvolgerli con lezioni sulla tolleranza e il coraggio civile e far capire come essi siano il presupposto essenziale per la stabilità della democrazia. Dal 2005 più di 25.000 studenti, docenti e genitori hanno partecipato al nostro programma».
Tre donne. Tre esempi di memoria vissuta come possibilità di cambiamento per il presente.