Giuliano, quell'Apostata fuori tempo

Si chiamava Flavio Claudio Giuliano, ma tutti lo conoscono col nome che gli diedero i cristiani che gli si opposero: Giuliano l'Apostata. Fu un ragazzino sfortunato, perse quasi subito la madre, la coltissima Basilina. Parente di imperatori, visse i fasti della corte di Costantinopoli. Quando morì Costantino, nel maggio del 337, suo padre e i suoi zii erano sospettati di aver partecipato al presunto avvelenamento. Il nuovo Augusto, Costanzo, credette alle accuse, o finse di farlo per liberarsi di pericolosi concorrenti. Ordinò una strage: il padre, il fratellastro, uno zio e sei cugini di Giuliano furono macellati. Si salvarono solo lui e il fratello Gallo. «Tutto quel giorno fu una carneficina... Si divisero il patrimonio dei miei avi a fil di spada». Giuliano, il quale pure fu salvato da due sacerdoti cristiani, attribuì la salvezza a Helyos di cui era devoto. Pensava fosse stato il dio a portarlo lontano: «dal sangue, dal tumulto, dalle grida e dai morti». Sebbene fosse parente del vescovo Eusebio di Nicomedia, non cambiò mai idea.
Sopravvisse a intrighi, esili più o meno dorati e studiò, divenne un colto neoplatonico. Poi sperimentò la guerra e le campagne militari alla frontiera del Reno. E quando l'impero arrivò nelle sue mani tentò di riportare indietro l'orologio della Storia, di salvare il politeismo che aveva sostenuto la pax romana e nel contempo di snellire l'ormai corrotta macchina politica imperiale. Non perseguitò i cristiani, cercò però di metterli al margine della vita politica e soprattutto dell'insegnamento. Poi tentò, combattendo, di espandere l'impero contro i nemici sasanidi. Morì colpito da un giavellotto mentre guidava un contrattacco senza aver avuto il tempo di indossare l'armatura, era il 26 giugno del 363. I cristiani festeggiarono in tutto l'Impero. E il mondo cambiò per sempre.
Questa vicenda, di per sé un romanzo, è diventata il materiale grezzo da cui Luigi de Pascalis ha scolpito il suo romanzo Il mantello di porpora (La Lepre edizioni, pagg. 478, euro 18). Il libro, in corsa per vincere il Premio Aqui nella sezione di narrativa racconta l'imperatore attraverso gli occhi del personaggio di finzione Evemero il libico, schiavo e segretario di Giuliano. Lo fa con una prosa ben dosata e grande equilibrio. Si potrebbe dire quasi con pietas verso un grande sconfitto. Un uomo che credeva nella filosofia e nell'impero. Un uomo con gli occhi rivolti al passato e schiacciato da un presente troppo diverso. Forse troppo barbaro.