Giuseppe Sgarbi e il mestiere di essere padre

Ogni libro istituisce con il lettore una caccia al tesoro. C'è una verità segreta che il lettore, anziché imbabbirsi di emozioni, dovrebbe cercare di raggiungere. Oh, dice quello (chiunque), ma la verità... la veritààààà... chi la conosce, la veritààààà? Rispondo: cercala, o minoico, perché senza quella possiamo andar tutti a quel paese, ecco il problema.
Ho tra le mani un libro scritto da un uomo di 93 anni, Lungo l'argine del tempo (Skira, pagg. 150, euro 15). Si chiama Giuseppe Sgarbi, è il papà di Elisabetta e Vittorio, due figli importanti, tra l'altro due conoscenze personali, e questo accende la curiosità, la voglia di scoprire. Sapevamo che Elisabetta e Vittorio sono figli del farmacista, figura fondamentale dell'Italia Provinciale. Ho letto il libro perché poneva una questione aperta, quella della paternità. L'ho letto cominciando dalle postfazioni dei due figli. Volevo immedesimarmi con il loro sguardo e con la loro esperienza in atto della paternità. Per chi è figlio e nel territorio della figliolanza edifica la propria fortezza, che effetto fa leggere il racconto di un padre che a 93 anni parla fuori da tutto, compresa la propria paternità?
Il libro è bello, ricco di storie, avventure, dolori, amori, persone, destini, ma anche di cose: il mulino, il salone d'ingresso della casa, il calesse, l'automobile, il Po. Giuseppe Sgarbi non s'immedesima, non cerca di incontrare il se stesso ragazzo e poi uomo, non ricerca il tempo perduto, perché non esiste più nessun tempo. Colpisce una parola usata con un segreto piacere ironico: confesso... Sono pagine piene di «confessioni» che però non confessano nulla, non rivelano nulla: piccoli segreti, più spesso nemmeno quelli. Come ritrovare in tasca un pizzino per un appuntamento che passato (o saltato). Alla fine di questa singolarissima autobiografia scopro che, più dei volti e delle vicende, mi restano attaccati i luoghi, i paesaggi. Le parole di Sgarbi non mi hanno reso partecipe della sua vita - no, in questo libro non c'è vita come noi l'immaginiamo.
Sono i paesaggi padani, gli argini, le giornate assolate, le biciclette a dominare l'immaginario del libro, più ancora dei disastri della natura e di quelli della guerra, perché dopo il disastro verranno ancora le giornate di sole, i mulini, le biciclette, e noi non dobbiamo essere troppo presuntuosi, perché la nostra vita è questo: qualche casa, una piazza, la chiesa, la farmacia, qualche figlio, e poi i ricordi che se ne vanno, e quando ne resta qualcuno attaccato a una pagina è solo un sopravvissuto scampato per caso. In mezzo a tante chiacchiere spesso in malafede sui padri e sulla loro assenza (prima li ammazziamo e poi ci lamentiamo perché non ci sono più), questo libro m'insegna che figli lo si è per sempre, mentre non si è padri per sempre. La paternità è pro tempore, e se la vita è abbastanza lunga lo si sperimenta quaggiù, senza bisogno di rivelazioni postume. La paternità è accidentale, la figliolanza è essenziale: questo è il messaggio. È una verità da cui non si scappa. Siamo tutti padri putativi, ma siamo tutti figli veri.