Il grande libro sul terrorismo che ci trasforma in paranoici

La storia (vera) del musicista scambiato per bio-bombarolo mostra che la paura dell'attentato ha già cambiato il nostro stile di vita

Una maschera antigas

Ecco Thomas Pynchon come dovrebbe essere se fosse ancora Thomas Pynchon. Orfeo , l'ultimo romanzo dello scrittore Richard Powers ci dimostra come la vera paranoia sia la paura della paranoia. Il confronto con Thomas Pynchon è d'obbligo, proprio perché sul suo nuovo La cresta dell'onda si sono sprecati gli elogi più sperticati (unici a stroncarlo noi ed Emanuele Trevi su Il Manifesto ) soprattutto sottolineando come Pynchon, la voce più importante della letteratura americana postmoderna, abbia descritto «la paranoia» seguita all'attacco terroristico dell'11 Settembre 2011 alle Torri Gemelle. In realtà Richard Powers ha scritto con Orfeo un libro, quasi una partitura, che descrive al meglio tutte le conseguenze causate nell'immaginario non solo collettivo di ogni americano. Finalista al Pulitzer per la Narrativa e vincitore del National Book Award con Il fabbricante di eco nel 2006, questo suo Orfeo era candidato al Man Book Prizer (vinto lo scorso 17 Ottobre da Richard Flannagan), ma è nuovamente finalista del National Book Award (ormai il premio più prestigioso negli Stati Uniti per la Letteratura). Orfeo è la storia di Peter Els, un compositore geniale ma sostanzialmente fallito, che si trova a 70 anni a vivere da solo, divorziato dalla moglie proprio per il suo estremo amore per la musica e con una figlia che non vede quasi più.

Els ha rinnegato il mondo e il mondo ha rinnegato lui. Tranne rari momenti di gloria effimera, sempre sfumata perché sfiorato dalle grandi tragedie americane, si è messo in testa di comporre una musica basata sui movimenti più impercettibili dell'universo: quella dei microbatteri. Proprio per questo si trova ad allestire un laboratorio che qualunque americano può ricrearsi in casa con 5mila dollari (anche per diffondere Antrace ed Ebola), ma che Els ha costruito proprio per ragioni di ricerca sonora. Unica sua compagnia il cane Fidelio. Una sera muore e Els chiama il 911 (il pronto intervento americano): due agenti si recano sul posto e gli consigliano di rivolgersi per la sepoltura all'Ente Protezione Animali. Gli agenti sono subito «incuriositi» dall'appartamento di Els: notano libri ovunque, ma soprattutto «migliaia di dischi, tecnologia obsoleta» per poi trovare il laboratorio di microbiologia e porre delle domande in apparenza innocenti. I due poliziotti salutano Els che non chiama la protezione animali, ma sotterra il proprio cane in giardino, per averlo accanto a se per sempre. In un continuo alternarsi di riuscitissimi flashback Els ci racconta la sua infanzia trascorsa nell'America di provincia placida che discorre di guerre davanti alle grigliate e dove ogni uomo, sin da bambino, sa che «ogni piacere deve trasformarsi in competizione». Poi l'adolescenza, la sua storia d'individuo lontano da ogni contestazione che diventi «movimento», troppo preso dalle proprie composizione per far parte di quegli anni '60 di peace, sex, drug&love. E poi la sua crescita personale, i suoi (in)successi, il suo dover ritirarsi a vita artistica privata sino a quella che Fitzgerald chiamerebbe The Crack up, il punto di rottura. Si torna al presente e Els rincasando una sera trova la sua abitazione circondata da ogni mezzo dell'FBI: soldati con tute isolanti mettono in contenitori sterili tutto il suo laboratorio, persino i suoi dischi, ogni cosa. Siamo in pieno «Usa Patriot Acts», la legge varata con urgenza il 23 ottobre 2001, che dopo l'11 Settembre permette a Cia e Fbi di poter accedere a tutti i dati sensibili di ogni cittadino americano. Evidentemente quella chiamata per la morte del cane, la sepoltura in giardino, la successiva visita a casa di Els da parte di due distinti «sconosciuti», hanno reso «necessario» l'intervento dell'antiterrorismo.

E da qui parte la fuga di Els attraverso gli Stati Uniti, la costante paranoia che segue ogni suo passo, e mentre i media impazziscono inseguendolo e bollandolo subito come il «Bach del bioterrorismo», incontra l'ex moglie, la figlia persa e il suo miglior amico, un genio che afflitto dall'Alzheimer inizia a non comprendere più la realtà. Els, mentre tutta la sua vita è analizzata dall'Fbi (dalle letture in biblioteca ai suoi computer, dischi, quaderni, movimenti bancari), si rende conto di quanto avesse ragione Thomas Mann: «L'arte è combattimento, una lotta sfibrante. È impossibile restare in forma a lungo». Orfeo (edito negli Stati Uniti nel gennaio di quest'anno e da pochi giorni in libreria per Mondadori, pagg. 344, euro 19) è una metafora potentissima sull'abuso di potere in un'America paranoica dove persino denunciare di «essere dalla parte della ragione serve solo ad incriminarti», un'elegia sul potere dell'arte e della musica, una riflessione sulla vecchiaia come riscatto da una vita imprigionata da mille convenzioni sociali. Un plauso a Mondadori (a parte la seconda di copertina uguale - stesse identiche parole - all'edizione americana) con la speranza che faccia di tutto per far conoscere al meglio Richard Powers ai lettori italiani, a Bollati Boringhieri (che con Tre contadini che vanno a ballare , capolavoro di Powers, è stato il primo a credere nello scrittore nel 1991), a Luca Briasco che con Fanucci ha regalato le migliori traduzioni e a Giovanna Granato, traduttrice di Orfeo che, a parte la resa italiana delle prime pagine in un italiano a dir poco scoraggiante, è poi riuscita ad entrare nella musicalità di questo romanzo sinfonia.

La curiosità è che Orfeo - notizia che anche i critici americani hanno ignorato - è liberamente ispirato ad una storia vera: quella del «bioartista» Steve Kurtz che, a seguito di una chiamata al 911 per la morte naturale della moglie, nel 2004 venne trattenuto prima per 24 ore, poi per una settimana con l'accusa di bioterrorismo rischiando 20 anni di galera e le conseguenze legali, che pur lo vedevano assolto, si protrassero per altri 2 anni. Nel 2007 la sua storia è raccontata in Strange Culture , documentario vincitore del Sundance Film Festival, con protagonista Tilda Swinton.

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