La guerra d'Algeria? Si combatte a Parigi durante «La licenza»

Nel 1957 Albert Camus vince il Nobel. E nel 1957 un altro Camus vince la sua guerra d'Algeria. La vince... perdendola con un romanzo che fece scalpore. Se il pied-noir Camus fu un manifesto in carne e ossa contro il conflitto che per oltre sette anni rese la Francia ostaggio della propria grandeur, Daniel Rabinovitch, ribattezzatosi Anselme durante la Resistenza, lo è stato in forza di questo libro: La permission. Uscito nel '59 da Feltrinelli con il titolo Licenza a Parigi, ora La licenza è riapparso nelle nostre librerie (Guanda, pagg. 191, euro 16, traduzione di Francesco Bruno). La sua forza consiste nel raccontare, della guerra in atto, non i fatti, e nemmeno - tranne un paio di flash - la loro fresca memoria nelle menti dei protagonisti, bensì l'assurdità in quanto tale. E il cinismo di un Paese che lancia il sasso e nasconde la mano, invia mezzo milione di uomini e abbassa lo sguardo quando loro vengono a prendere un po' di fiato in patria per poi ributtarsi nel gorgo.
La licenza parigina che teoricamente dovrebbero godersi il soldato semplice Lasteirye, il caporale Valette e il sergente Lachaume, pochi giorni per le feste natalizie, si rivela un nuovo calvario. Le loro vite sono state piallate dal conflitto e ora, gettato in un angolo lo zaino e svestita l'uniforme, avvertono il peso d'essere sopportati, di essere visti quasi come disertori. Lachaume da civile era professore d'inglese, e nel secondo capitolo che da solo varrebbe il prezzo del biglietto pagato per assistere a questa recita a soggetto che pare stenografata in presa diretta si vede scivolar via dalle mani la moglie. Valette si sente abbandonato dalla propria famiglia, il cui affetto non basta a compensare il suo smarrimento. Lasteirye vaga come un fantasma. Quando il sergente incontra il vecchio amico Thévenin, medico, ottiene da lui una diagnosi infausta: «la Francia soffre di una malattia nervosa, perché insomma, questa guerra - grazie a Dio! - non ha il carattere di una emorragia: le arterie non sono colpite. Sono i nervi che cedono. Ora, le malattie nervose richiedono cure prolungate. Per guarire la Francia ci vorrà molto tempo. Mendès-France non ha forse urlato nel deserto per otto anni prima di fare la pace in Indocina?». Uomo di scienza e peraltro al riparo dalle intemperie, Thévenin ha colto nel segno, e Lachaume lo sa bene. Lo sanno anche il comunistissimo padre di Valette e l'intellettuale di partito Luc, abitanti del quartiere periferico chiamato «la piccola Urss», che quella non è una malattia incurabile, no, ma un insidiosissimo esaurimento nervoso. E quando i nervi di Valette cedono, durante un pranzo domestico al quale ha invitato il suo sergente, assistiamo, in piccolo, al dramma di un'intera nazione.
Le brevi, tristi zingarate dei tre compagni in una Parigi fredda nel clima e nel cuore che la presenza di Léna, mezza tedesca e mezza prostituta, non basta a riscaldare sono il preludio al definitivo distacco. Il tempo stringe. Alla Gare de Lyon i treni stanno già per partire. In carrozza, si torna al calore del Sud, all'Africa bianca dei «piedi neri», per continuare a camminare in bilico fra la Storia e il nulla.