Guido Mattioni, il romanzo americano "senza confini"

La vicenda narrata in "Soltanto il cielo non ha confini" è una di quelle che, pur ripercorrendo la quotidianità di una cronaca divenuta negli anni quasi banale a quelle latitudini, ti entrano nel cuore e ti spingono a sfogliare la pagine come fosse thriller

Tremilacentocinquanta chilometri di confine non sono una bazzecola. Soprattutto se per decine di milioni di persone si tratta di un miraggio. È del border che stiamo parlando, la linea che separa Messico e Stati Uniti, terzo mondo e occidente ricco. Una linea che a sud delimita California, Arizona, New Mexico e Texas, lo stato della stella solitaria, dove a segnare il confine invalicabile tra inferno e paradiso è un corso d'acqua molto meno roboante del nome che porta, il Rio Grande.
È in questo ambiente a tratti meraviglioso e a tratti spietato che Guido Mattioni ha deciso di ambientare il suo secondo romanzo, dopo il successo sorprendente di Ascoltavo le maree, una storia che si svolge a Savannah, nel cuore del sud degli USA, in Georgia, che gli ha tributato la cittadinanza onoraria. Giornalista di lungo corso e inviato in disparate località del pianeta, tra cui questo angolo sudoccidentale del Texas, Mattioni ha ancora una volta dimostrato quanto l'amore per un Paese possa tradursi in pagine di grande intensità. Soltanto il cielo non ha confini (Ink, pagg. 194, euro 14) è la storia di due fratelli gemelli, Hernando e Diego, che in due momenti diversi decidono di abbandonare il paesello nei dintorni di Ciudad Juarez, l'omologa messicana di El Paso, per tentare la sorte a nord del Rio Grande. I due uomini avranno fortune alterne e vivranno esperienze diverse, legate dalla comune nostalgia di casa. Come decine di migliaia di loro connazionali, mettono insieme il prezzo della corsa su un mezzo di fortuna e di un attraversamento notturno del Rio Grande, guidati da trafficanti di uomini. Il tutto in una società in cui bene e male spesso si confondono, con la famigerata polizia di confine a fare da corrotto spettatore o spietato castigatore.

La vicenda è una di quelle che, pur ripercorrendo la quotidianità di una cronaca divenuta negli anni quasi banale a quelle latitudini, ti entrano nel cuore e ti spingono a sfogliare la pagine come fosse thriller. Eppure, Soltanto il cielo non ha confini si apre con sfumature che ci riportano, piuttosto, ad atmosfere da Cent'anni di solitudine di García Márquez. Qualcuno ha pure accostato il romanzo a Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy, ma è più l'ambientazione geografica che non lo stile a favorire il confronto.

Se chiedete a uno scrittore americano perché ambienti le sue storie in un determinato luogo, magari sempre lo stesso, vi sentirete immancabilmente rispondere: «Perché è il luogo che meglio conosco». Guido Mattioni non è nato nel sudovest del Texas e nemmeno sulla costa della Georgia, ma è davvero un profondo conoscitore degli Stati Uniti. Come si fa con un grande amico, ciò non gli impedisce di esprimere una strisciante critica degli aspetti a noi più alieni e quasi inaccettabili di questo straordinario Paese. È questo mix di passione e realismo a fare di Soltanto il cielo non ha confini un romanzo all'antica, percorso da una sottile fiducia nei buoni sentimenti e da una inguaribile speranza. In fondo, è questo il segreto del romanzo classico, il romanzo d'avventura. E qui l'avventura non manca certo.
Degli Usa, uno dei variopinti personaggi creati da Mattioni dice: «Questo pazzo Paese non sarà certo il Paradiso, ma almeno qui il lavoro viene rispettato, così come chi lavora». Se non è una dichiarazione d'amore, poco ci manca.