Il gusto per la musica e la musica per il gusto

Si può fare della letteratura con una frittata? Si può. Perché non è la materia che conta - in questo caso le uova sbattute - ma lo spirito che in essa viene infuso. «Cara Albina - scriveva intorno agli anni Trenta Gabriele D’Annunzio alla cuoca del Vittoriale - questa tua frittata è sublime. Te lo dice un conoscitore che ha saputo fare le più belle frittate del mondo, cosicché alcune - per testimonianza di quel fesso di San Pietro - sono in Paradiso le raggianti aureole di Vergini martiri...».
Volontario prigioniero della villa di Gardone, sopravvissuto al suo tempo e alle sue avventure belliche e letterarie, il Vate si rinchiudeva in se stesso, coltivava la memoria del rischio e della gloria, dei compagni di lotta caduti, dei voli e delle beffe, ma sapeva anche - e qui sta la sua grandezza di poeta - infondere un soffio di raffinata, ironica, eleganza nella quotidiana banalità della vita domestica. I pranzi, le colazioni al sacco, gli inviti a cena destinati a bellezze di passaggio, diventavano per l’Imaginifico pretesti per inventarsi ancora una volta una vita «inimitabile», vissuta nel segno della Bellezza. Probabilmente la cuoca, Albina Becevello, destinataria di centinaia di deliziosi biglietti, non ne capì mai l’arguzia velata di malinconia. Preparò fedelmente pranzi e cene a Gabriele fino al momento della sua morte, l’1 marzo 1938, poi, scomparve nell’anonimato da cui l’arte del poeta l’aveva tratta.
Perché se una rosa è una rosa, una frittata può essere letteratura, pittura, musica. Il cibo è ben più delle proteine e dei carboidrati che introduciamo nel nostro corpo. Basta guardare Il mangiatore di fagioli di Annibale Carracci, per esempio, con quella sua innocente avidità, il cucchiaio saldamente in pugno, o I mangiatori di patate di Van Gogh con le mani nodose e la stanchezza sul volto. Qui la rappresentazione dell’atto del cibarsi assurge a simbolo, a denuncia, a profonda empatia nei confronti di chi soffre. Diventa rappresentazione lirica di un momento di vita.
Tra pranzare al suono della cetra come facevano i greci e i romani antichi e masticare un cibo precotto con gli occhi incollati al televisore, non passano soltanto alcuni millenni, si apre un baratro di civiltà. Sul cibo come arte dell’intrattenimento e del convivio (da cum vivere, vivere insieme, condividere con gli altri la gioia che può derivare da un piatto prelibato e da un nobile vino) indaga un libro concepito come una sinfonia, che per l’appunto si intitola Sinfonia gastronomica. Musica, eros e cucina (viennepierre.edizioni, pagg. 273, euro 18). Gli autori, il musicologo Roberto Iovino e la chitarrista Ileana Mattion, l’hanno trasformato in un trattatello di «gastroenomusicologia», dove non solo le ricette si leggono come partiture ma anche i momenti della storia dell’uomo occidentale - e quindi della sua civiltà della tavola - corrispondono ad altrettanti tempi di una sinfonia e ai suoi movimenti: adagio, allegro con moto, andante con variazioni, scherzo, rondò, adagio finale.
Il primo tempo (Adagio) è un itinerario che collega nel tempo l’arte della cucina con quella dei suoni: dai brani polifonici concepiti per i banchetti delle corti rinascimentali alla Tafelmusik, la musica da tavola barocca, fino alla cucina futurista per la quale Marinetti auspicava «l’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda». Nell’Andante con variazioni, vino e cucina salgono sul palco e si degusta il beffardo convito di don Giovanni deciso all’ultima sfida con il Commendatore («Leporello, un’altra cena, fa che subito si porti!») si brinda alla caducità della bellezza e dell’amore con Violetta Valéry («Libiamo, libiamo nei lieti calici...»), si assapora il veleno del tradimento e della vendetta col compare Turiddu di Mascagni («Mamma, quel vino è generoso. Troppi bicchier ne ho tracannati...»).
Lo Scherzo è dedicato ai musicisti a tavola e qui la materia è abbondante come un’amatriciana ordinata in una trattoria di Trastevere, di quelle di una volta. Dalle debolezze di Beethoven pazzo per la cioccolata ai ben noti stravizi gastronomici di Rossini, il quale confessava di avere pianto tre sole volte nella vita: quando sentì suonare Paganini, quando lo fischiarono a teatro e quando durante una gita in barca gli cadde in acqua un tacchino farcito al tartufo. Tartufo che, del resto, Rossini definiva «il Mozart dei funghi».
Nutrirsi è una necessità, mangiare è un’arte. Ha scritto Erik Satie, il padre dell’avanguardia francese: «Nei pranzi la parte che interpreto ha la sua importanza; sono commensale come altri, a teatro, sono spettatori... I piatti nei quali sono stati prodigati un calcolato virtuosismo, una scienza accorta non sono quelli che attirano di più la mia attenzione “gustatrice”. In Arte mi piace la semplicità; lo stesso in cucina...».
L’augurio che gli autori rivolgono ai lettori di Sinfonia gastronomica è che il cibo, anche semplice, sia sempre arte, musicale o letteraria. Soprattutto arte da condividere. Il rischio della nostra epoca di snack, surgelati, precotti e preconfezionati è quello di ritrovarsi soli con il proprio piatto.