Da Hitler al '68, così l'università s'è fatta discount

L'università europea, come istituzione e fucina del sapere, ha una data di morte. Capodanno 1937: Thomas Mann prende la penna e risponde alla «malinconica comunicazione» con cui il preside della facoltà di Filosofia dell'università di Bonn lo aveva privato del dottorato ad honorem, previo «sollecito» del regime nazista. La resa incondizionata del luogo custode dello spirito borghese per eccellenza agli imperativi del totalitarismo (che ovviamente annovera scene analoghe nell'inferno comunista) contiene già, in nuce, tutta la deriva dell'università odierna, quella di parcheggio burocratico per futuri burocrati della conoscenza. Almeno, questa è la tesi sviluppata ne Il mito dell'università, dal filosofo Claudio Bonvecchio (Mimesis edizioni, pagg. 188, euro 16). Un'antologia di testi di grandi autori sul luogo e sul simbolo dell'Università (si va da Hegel a Nietzsche a Max Weber), condita da un'analisi tambureggiante: l'attuale stato dei nostri atenei, questi «discount della cultura», dove «tengono banco la statistica, l'economia, le più assurde forme transgeniche e bio-tecnologiche, le medicine d'assalto, le sociologie onnicomprensive, le filosofie deboli o del nulla», nasce dal capovolgimento del sogno originario, quello di dare corpo al grande mito borghese di un sapere «polivalente e cosmopolita», vero volano di «una nuova aristocrazia dello spirito e della cultura».
Oggi si è intrappolati esattamente nell'esito opposto, quello di «un grande liceo» o, più spesso, di una «populistica alternativa al bar», in cui studenti consapevoli del crollo di prestigio del titolo accademico si trascinano da una lezione all'altra, ascoltando professori ridotti a «modesti microtecnici di microinsegnamenti culturali». Il colpo di grazia, la causa più vicina nel tempo, è stato certamente «il delirio demagogico-populista degli anni Sessanta», le velleità sessantottarde su una posticcia democratizzazione del sapere, che in realtà ha significato la sua definitiva riduzione a medietà «managerial-culturale» diffusa, oltre che a «macchinoso centro di spesa» corporativo e irriformabile, realtà con cui si è scontrata a suo tempo il ministro Gelmini, e si scontrano oggi i bocconiani, gli universitari al governo. Ma Bonvecchio, da filosofo, va oltre e soprattutto indietro, dipinge il racconto di un grande declino, la storia di un'idea tradita. Quella che conduceva Hegel al ritratto dell'Università come luogo incubatore dello Spirito, organizzazione della totalità delle scienze, con al vertice la filosofia. La sua filosofia, facevano incidentalmente notare i critici come Schopenhauer, ma comunque era un progetto titanico, un riconoscimento assoluto al più alto luogo dell'istruzione. Un mito ottocentesco che s'incrina con Nietzsche, già spettatore attonito della cultura come fatto burocratico.
Gli ultimi due diagnosti del mito-Università, Max Weber e José Ortega y Gassett, hanno già di fronte l'esplosione della società di massa, e guardano il sogno vacillare. Il primo nota come l'università si stia sempre più rideclinando sul triplice dogma della «divisione interna del lavoro», della «tecnicizzazione» e della «burocratizzazione», tutte tendenze poi amplificate dalla sbornia egualitaria degli anni Sessanta-Settanta. Il secondo parlerà di «regressione barbarica» dei professori con frantumazione finale della cultura e vittoria dello specialismo ultra-settoriale. Per definizione, muto di fronte a qualsiasi questione che esuli dalla sua nicchia. Come, ad esempio, la richiesta nazista di levare il dottorato a tal Thomas Mann. Il resto è (triste) cronaca.