I grillini: liberate i briganti «detenuti» al museo Lombroso

I grillini vogliono cambiare i connotati a Cesare Lombroso

I grillini vogliono cambiare i connotati a Cesare Lombroso, gli vogliono fare una faccia così, e mandare al macero il Museo di antropologia criminale di Torino che porta il suo nome e cognome. Non è, dicono, tanto una questione di soldi (anche se i 5,5 milioni di contributo statale concesso all'Università di Torino per la riapertura, nel 2009, della macabra esposizione non sono una bazzecola, con i tempi che corrono...).

È anzi, soprattutto, una questione di dignità.Perché, chiedono Eleonora Bechis e Sebastiano Barbanti rivolgendosi al ministro dei Beni e delle Attività culturali e del turismo, cioè a Dario Franceschini, buttare tutti quei soldi al solo scopo di esporre al pubblico ludibrio i resti ossei «sezionati, misurati ed etichettati con nome e cognome e luogo di nascita, al fine di dimostrare che le assurde teorie sulle caratteristiche fisiognomiche ed antropometriche del “nato delinquente” sono scientificamente prive di qualsiasi fondamento»? Fra l'altro, sottolineano Bechis e Barbanti, «il tutto è corredato da ipocriti pannelli informativi i quali inneggiano al rispetto, all'antirazzismo e spiegano che tutte le teorie esposte nel museo sono una burla».

Siccome hanno studiato, gli interroganti accostano l'antropologo, criminologo e giurista nato a Verona nel 1835 e morto proprio a Torino nel 1909, il quale pensava di aver individuato nella fossetta occipitale mediana la spia dei comportamenti criminali, ad «Alfred Rosenberg, l'ideologo nazista della superiorità della razza ariana». E siccome oltre al 30 vogliono anche la lode, ricordano al professor Franceschini che quando il Lombroso morì, «sottoposto ad autopsia dal suo collega Foà, secondo le “autorevoli teorie lombrosiane” sarebbe risultato affetto da cretinismo perpetuo». Tiè, prendi e porta a casa.Non è la prima, né sarà l'ultima volta che la buona o cattiva anima di Lombroso deve vedersela con i detrattori delle sue teorie... estremiste e, lette con il senno di poi, politicamente scorrette in quanto anti-meridionaliste. È da ricordare la sentenza emessa il 5 ottobre del 2012 dal tribunale di Lamezia Terme a proposito dei resti del brigante calabrese Giuseppe Villella. Devono tornare a casa, a Motta Santa Lucia, scrisse il giudice Gustavo Danise. «Torino si arrende - “Il cranio del brigante ritorni in Calabria”», titolava La Stampa un anno e mezzo fa. Ma per ora Villella è ancora detenuto lassù al Nord.