I «Mottetti» di Montale? Un romanzo «corale»

Ci vogliono orecchio assoluto, scrittura sorvegliata e sconfinata erudizione perché, in 166 pagine sui Mottetti di Eugenio Montale, il Nobel genovese interloquisca con Petrarca non meno che con Boutroux, con San Paolo e Thomas Moore, con Dante e Leopardi, ma anche con John Henry Newman e, soprattutto, Ortega y Gasset. A tanto perviene l'ultimo lavoro di Giorgio Ficara, Montale sentimentale (Marsilio, pagg. 166, euro 16). Il titolo sembra paradossale, se non proprio sardonico: e non è così. «Sobre el amor» s'intitola infatti il capitolo liminare del testo, e qui, a partire dall'opera omonima di Ortega y Gasset, si formula una delle ipotesi centrali del testo, secondo cui Clizia, dedicataria dei Mottetti, «è propriamente la figura-chiave con cui Montale pone domande all'essere» (pag. 12). S'avvia l'indagine testuale su tutte e ciascuna le 20 liriche, perseguita con acribia dotta e passione mai celata. Più ancora, trattando di quel che Montale stesso ha descritto come «un romanzetto autobiografico», Ficara scrive un metaromanzo, che ha per protagonisti il poeta, l'amata, altre figure femminili e maschili a contorno e, più ancora, le mutevolezze dei loro animi.
Scelta una partitura ricca per colori, timbri, dinamiche e ritmi, Ficara la dirige poi con la finezza di un Carlos Kleiber: con una varietà, cioè, di rimandi intertestuali mai pretestuosi, anzi sempre persuasivi, quando non proprio affascinanti. Il Montale di Giorgio Ficara è allora in dialogo costante con il Petrarca poeta, ma anche con quello del Secretum: senza con ciò dimenticare le ascendenze leopardiane e dantesche tante volte accertate, e anzi rendendo omaggio a tutti i lettori che lo hanno preceduto, da Bobi Bazlen fino a Dante Isella, passando per Gianfranco Contini. Munito di naturale sprezzatura, Ficara ricostruisce inoltre la figura non troppo battuta dell'Eugenio Montale umanista, scettico sempre, tuttavia pervicace nelle interrogazioni su sé e sul mondo: «Lo sguardo di Montale - si legge mirabilmente a pag. 139, nel commento al mottetto XIX - è “metafisico” perché esita e scruta sul confine tra esistente e non esistente, dalle cose al più in là di esse: “dove il riverbero più cuoce”». Suaviter in modo, fortiter in re, Giorgio Ficara regala al lettore italiano un altro esempio magistrale di lingua insieme saggistica e narrativa, in una linea che parte forse dal Dr. Johnson, conosce senz'altro Francesco De Sanctis e Sainte-Beuve, per arrivare a Cesare Garboli e Mario Praz.