Illusioni, delusioni, jazz Fitzgerald si confessa

Dagli anni ruggenti al rapido declino personale (e di un'intera epoca). Le memorie dell'autore de "Il grande Gatsby" sono oneste e disperate

Era il quinto lustro, per Giacomo Leopardi, la fatidica soglia d'età oltre la quale chiunque, anche l'uomo più ricco e fortunato, provava il dolore della giovinezza perduta. Poiché ogni lustro sono cinque anni, la vecchiaia inizia a venticinque anni. Vaglielo a spiegare alle donne che oggi partoriscono a cinquant'anni e ai disoccupati o «giovani scrittori» a quaranta, ti rispondono che Leopardi era gobbo, sfigato e pessimista cosmico. E comunque è vero che la vita, grazie al progresso e alla medicina, si è allungata. Soprattutto la vecchiaia.

Eppure, un secolo dopo i pensieri disincantati di Leopardi, un giovane scrittore ventenne si trovò a vivere in un'epoca di sfrenata euforia in cui tutto esplose e invecchiò velocemente. A New York, nel 1919, si era giovani, nel 1929 già vecchi. In quel decennio molti diventarono ricchi all'improvviso, e altrettanto velocemente poveri. Era la famosa età del Jazz, e quel giovane scrittore non uno qualsiasi ma Francis Scott Fitzgerald. Le sue memorie, che nonostante la sua fama non interessavano né al suo editore Scribner né al rivale Perkins, escono per Donzelli nella raccolta Good Luck & Goodbye (pagg. 362, euro 23), un libro denso di malinconia struggente e illusioni perdute.

Nelle pagine autobiografiche di Fitzgerald c'è tutto il backstage di un'epoca e di una dolce vita americana che presto, troppo presto, diventerà amarissima, come d'altra parte racconta Il grande Gatsby, uscito nel 1925 come la fotografia di un'epoca ancora in corso ma prossima alla fine. Nel 1920 Francis aveva conosciuto il successo con il primo romanzo, Di qua dal paradiso, e con il successo subito l'amore, la mitica Zelda: con lei si sposerà e girerà per qualche anno gli alberghi di mezzo mondo, frequentando l'alta società e vivendo in un lusso illusorio che sembrava infinito. Il jazz, in quegli anni felici, «era prima di tutto sesso, poi ballo, e infine musica», una storia che si ripeterà nel secondo dopoguerra (insomma, si sa, le guerre mondiali sono sempre state un toccasana per l'economia, subito dopo si ricostruisce e ci si diverte come matti).

Tuttavia, prima ancora dello spartiacque del 1929, non è tutto oro quello che luccica, e Fitzgerald lo sa: «era chiaro che il denaro e il potere stavano finendo nelle mani di gente al cui confronto il capo di un villaggio sovietico sarebbe parso una miniera di buonsenso e di cultura». Da lì a poco il crollo di Wall Street, e il problema quotidiano dei giovani arricchiti, e dello stesso Fitzgerald, diventa pagare in contanti, mantenere l'apparenza dello stile di vita, e tirando la cinghia cercare di applicare il principio di George Bernard Shaw: «se non ottieni ciò che ti piace, cerca di farti piacere ciò che ottieni».

Splendide le pagine su come vivere con «solo» 36000 dollari all'anno, senza fare a meno di comfort, baby sitter e servitù, cosa che farebbe inorridire la redazione di Servizio Pubblico. Quando non avete più soldi, risparmiare non serve, l'unica salvezza è sperperare e non rinunciare al maggiordomo. «È bello avere un maggiordomo» dice Francis a Zelda, «se finiremo in bancarotta, potremo mandarlo a New York a tenerci il posto nella fila alla mensa dei poveri».

Strepitosi anche i consigli antipaternalistici sull'essere padre (stava per avere una bambina da Zelda): «A meno che io non rimbambisca e non mi associ al comune complotto per insegnare ai figli che i genitori sono migliori di loro, a mio figlio insegnerò a non rispettare nulla solo in base all'anzianità, ma a rispettare solo ciò che gli sembra degno di rispetto».

Questo libro profondo e malinconico è l'autobiografia di «un tempo preso a prestito», il de profundis dell'età del jazz e della giovinezza perduta, la veloce presa di coscienza che «la vita è tutto un progressivo cedimento», mentre «la condizione naturale di un adulto senziente è quella di una dignitosa infelicità». Trentenne negli anni Trenta, non racconta gli anni Quaranta, i più terribili: di lì a poco si ritroverà anche con l'amata Zelda colpita da schizofrenia, consapevole di aver ormai vissuto la sua felicità (o meglio «vocazione all'illusione»), e che «c'era un prezzo da pagare».

È la terza soluzione esistenziale della disillusione, tra il superuomo di Nietzsche e la ginestra di Leopardi: un opportunismo rassegnato, un rintanarsi nella propria difesa animale, biologica, il vero finale dell'autore dopo il cupo sipario tirato dal grande Gasby. «Il postino ha smesso di starmi simpatico», scrive Fitzgerald, «così come il droghiere, il direttore del giornale, il marito della cugina, che a sua volta ricambierà la mia antipatia, e la vita non sarà più piacevole come un tempo; l'avviso Cave canem resterà perennemente appeso sulla mia porta. In ogni caso, ce la metterò tutta per essere un animale educato, e se mi getterete un osso con abbastanza carne intorno, potrei perfino leccarvi la mano».