Un incesto di carta dolorosamente vero

Christine Angot racconta una vicenda durissima sospesa tra la finzione e l'autobiografia. Scandalo o letteratura?

Incesto, ultimo tabù. Se chi l'ha subìto lo racconta nei minimi dettagli è un provocatore o un grande scrittore che ha elaborato il lutto?

Ai francesi toccano spesso entrambi i ruoli e agli intellò di giudicarsi, parlando per ore, scrivendoci sopra altri libri. Di fatto a noi la scelta se addentrarci o meno nelle cento pagine di inferno domestico di Una settimana di vacanza di Christine Angot (Guanda, pagg. pagg. 105, euro 13; trad. Francesco Bruno). In Francia quando uscì, circa un anno fa, dopo le vacanze, non si parlava d'altro. Libération ci fece la copertina, «Il sesso dell'incesto» e, proprio come Le Monde, lo definì il capolavoro della rentrée letteraria. L'Observateur scrisse: «Insopportabile. Non è fatto che di fellatio. E se non si è più che attenti, nemmeno si capisce che l'uomo in questione è il padre della ragazzina». Risultato: il libro rimane per settimane ai primi posti tra i venti migliori titoli in Francia. E la Angot tra le scrittrici più discusse, anche per i favolosi anticipi che il suo agente, lo “sciacallo” Andrew Wylie, riesce sempre a ottenere per lei.

Primo elemento per un giudizio, la biografia di Christine Angot, classe 1959, 16 anni al tempo in cui è ambientato questo romanzo breve, scrittrice che deve il successo al libro, anch'esso autobiografico, che pubblicò nel 1999, dall'inequivocabile titolo L'incesto (Einaudi, 2000). Era di nuovo un romanzo breve, dove l'incesto risultava paradossalmente più «accettabile». Perché non ridotto ai soli atti sessuali. Perché intellettualizzato e più integrato in una struttura finzionale: Christine vive a Montpellier, scrive libri, ha una figlia e un ex marito, incontra una donna che la porta verso cerimonie sessuali sconosciute e il cervello fa clic sul ricordo del suo primo uomo. Il padre.
Christine Angot, nata Schwartz, si chiama così perché nel 1973 prende il nome del padre, Angot, traduttore al Consiglio d'Europa. È lui il padre di questo e degli altri romanzi: un intellettuale, padrone di trenta lingue, lettore di Le Monde e della Guida Rossa, in base alla quale sceglie per sé e la figlia solo ristoranti stellati. La musica lo disturba, in auto ha solo due cassette: l'Adagio di Albinoni e una brano di Mozart, che usa come sottofondo per godere di lei. Scrive saggi coltissimi su Vie et langage. Regala alla figlia libriccini di Thomas Mann, Sangue velsungo. Ma lei legge Gilbert Cesbron, Cani perduti senza collare.

Ma la biografia dovrebbe essere davvero elemento da cui partire per definire il valore di uno scrittore? Fino a dove può spingersi l'autofiction? Se alla letteratura spetta il diritto e il dovere di dare scandalo e se in fondo non si scrive che di se stessi, quanto ci ripugna e quanto invece risveglia un ambiguo senso di colpa l'apertura di questo libretto? Più o meno trenta pagine, che in un lungo piano sequenza portano i due da bagno, dove la scena comincia, al letto, dove finirà. In tutti i sensi. Nel mezzo, si sperimentano posizioni, si paragona la ragazzina, la sua pelle, il suo seno, a un paio di amanti del presente e a un paio del passato, alla moglie, alle amanti che si vorrebbero avere, alla donna ideale. Lei esegue le istruzioni di papà, «Vedrai, ti piacerà», senza giudizio. Che non vuol dire senza coscienza: «C'è un accordo fra loro. Lui ha accettato di non deflorarla... Lui non usa mai termini volgari» (e lei deve diffidare degli uomini che li usano). Lui dice di amarla. Lui le chiede di dire «Mi piace, papà», «Ti amo, papà». Lui chiede «Ti faccio male?» e lei può fare piccoli gesti, come i muti, i ciechi. Alzare la mano per dire «Sì», non fare nulla per dire «No». Lei è il suo grande amore, lui non ha mai amato nessuno così, lei possiede «Una libertà rara. Un'intelligenza che lo incanta».

Lei ha un grande desiderio, che lui non esaudisce mai: «Vorrebbe che la prossima volta, quando si vedranno, non ci fosse nulla di fisico fra di loro, nessun atto. Se fosse possibile, a partire già dall'indomani». Lei ha anche una grande paura, la paura più grande di tutte: essere lasciata sola. Preferisce il bosco oscuro insieme a lui, che la luce nella solitudine, anche se non lo scrive mai. Ma ogni volta che lui le chiede un pezzo in più del suo corpo, un atto di sesso più estremo e lei si rifiuta, lui va verso l'armadio e comincia a fare i bagagli. Minaccia di abbandonarla, come si fa con i bambini capricciosi. E funziona. Perché quella donna è una bambina.