La «Prima» incorona Chailly-Pereira Il Piermarini è un «marchio» del lusso

Primo maggio 2015, giorno dell'incoronazione di Riccardo Chailly, il direttore principale del Teatro alla Scala. La Turandot che venerdì ha diretto per il lancio della Scala per Expo è stata un successo unanime, con tre trionfi personali: il suo, quello della nuova Scala e del soprano Maria Agresta nei panni della schiava Liù. Con una Turandot flessuosa e fasciante ma anche tagliente come cocci aguzzi di bottiglia, dunque fra tradizione e modernità, ha chiarito come sarà la Scala dei prossimi anni. Un po' «Albero della vita», icona di Expo: radici profondamente radicate e rami che si slanciano in alto, curiosi del nuovo. Si è così aperto un semestre musicalmente intenso con la Scala aperta ogni dì, estate compresa. Titoli arcinoti si avvicenderanno con prime assolute eco-frendly , il caso di CO2 di Giorgio Battistelli, fino all'opera a misura di bambini ( Cenerentola di Rossini).

Il 2015 è l'anno della Scala del nuovo corso. Quello impresso dal nuovo sovrintendente, Alexander Pereira, e Chailly. Entrambi vogliono un teatro con spettacoli di prestigio ma aperto alla città, capace di conciliare l'esclusività dell'alta moda musicale milanese con il prêt-à-porter. La sfida è divulgare il lusso di cantanti e direttori d'orchestra da tripla A, di produzioni nate nei laboratori scaligeri, unici al mondo, tutelando l'originalità del marchio Scala: sorta di Porsche 911 dunque subito identificabile ma al passo coi tempi.

I tempi cambiano, ci dice la Scala. Che vede un foyer di mese in mese sempre più orientale. Venerdì, Mario Monti s'è intrattenuto per un intero intervallo con Thomas Wu. Mister Wu: chi? È uno dei rappresentanti della Cina rampante, imprenditore di successo, che al lancio di Expo ha voluto presentarsi nel salotto buono della città. Perché la Scala è ed è stata bottega e vetrina di eventi che vanno oltre le ragioni del canto, incubatrice di fermenti risorgimentali, simbolo di un Paese rinato dalle ceneri di dittature e di guerre civili, icona della capitale morale e della città da bere quindi di amoralità e di ubriacature.

La Storia è sempre passata da qui. Ora è tra gli invocati traini di un'Italia che desidera riprendersi. È dunque beneaugurante il Vincerò di Calaf, lo squillo-simbolo di Turandot. Venerdì il foyer non era glamour: era un foyer di sostanza. Non c'erano gli attesi divi di Hollywood sbarcati a Milano per i 40 anni di Giorgio Armani. Non c'erano le subrettine e attrici con trasparenze mozzafiato e abiti proibiti. C'erano le donne (oltre agli uomini) che contano: Letizia Moratti, Emma Marcegaglia, Diana Bracco, Livia Pomodoro, Raffaella Curiel, Carla Fracci, Evelina Christillin. C'era l'Italia dei fatti.