La (in)coscienza di Svevo in guerra col suo alter ego

Lo scrittore fu un concentrato di contraddizioni: per questo oggi è l'emblema di un'epoca di profonde trasformazioni

A ll'inizio fu Ettore Schmitz, figlio di un agiato commerciante ebreo di origine tedesca. Nacque a Trieste nel 1861 e la sua vita - da impiegato di banca, prima, e da dirigente, poi, nella azienda di vernici dei suoceri - seguì il ritmo di una famiglia borghese del tempo. Poi salì alla ribalta il suo alter ego, il suo doppio: Italo Svevo, scrittore la cui grandezza venne riconosciuta soltanto nell'ultimo scorcio della sua esistenza. Le due vite corsero parallele, all'insegna di una difficile e problematica fusione tra la condizione esistenziale del commerciante di successo e quella dello scrittore tormentato dalla inquietudine. Una vita e una anti-vita spalmate lungo un'epoca piena di fermenti, a cavallo della modernità, e in un ambiente, quello triestino, prima austro-ungarico poi italiano, cosmopolita e multietnico, crocicchio di tradizioni e credenze religiose.

A questo personaggio, per tanti versi enigmatico e contraddittorio, ma al tempo stesso emblematico di un'epoca in fermento, Maurizio Serra ha dedicato una coinvolgente biografia dal titolo Italo Svevo ou l'antivie (Grasset, Parigi, pagg. 400, euro 22), che fa seguito al suo fortunato lavoro Malaparte, vite e leggende (Marsilio), vincitore, nell'edizione francese, del premio Gouncourt e ora finalista, nell'edizione italiana, del premio Acqui Storia. Si tratta di una biografia atipica rispetto ai canoni tradizionali del genere biografico perché, pur fondata sulla passione documentaria proprie dello storico, si concentra, più che sulla pura ricostruzione dei fatti, sulla complessa personalità dello scrittore e sul suo rapporto con la triestinità e la cultura mitteleuropea ma anche con la monotonia di una esistenza borghese. Ne è venuto fuori un ritratto di eccezionale finezza che consente di capire un uomo in bilico e in relazione dialettica tra la vita del commerciante e dell'industriale Ettore Schmitz e l'anti-vita dell'artista Italo Svevo. I tre romanzi celebri dello scrittore - Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno - sono il distillato di questo rapporto problematico proprio per la trasparente dimensione autobiografica che li percorre.
La scelta dell'evocativo nom de plume Italo Svevo è singolare. Richiama subito alla mente, per un verso, l'italianità dell'uomo, nato e cresciuto in una terra di confine e in un'epoca di frontiera ai limiti della moderno, e, per altro verso, la sua formazione e sensibilità culturale prevalentemente germanica o, forse, con più esattezza, mitteleuropea. Osserva Maurizio Serra: «Svevo è il doppio, conculcato e rimosso, di Schmitz». Proprio la relazione tra Schmitz e Svevo, tra Ettore e Italo, è la cifra narrativa adottata da Serra, la chiave di lettura di una «duplice» o «doppia» biografia che riguarda, però, un solo individuo problematicamente diviso tra vita e anti-vita. Quando decise il suo pseudonimo, lo scrittore triestino fece una scelta, come osserva Serra, sottilmente anti-imperiale e anti-austro-ungarica, perché egli, allora, coltivava solo «la speranza, ma non la certezza, di diventare un giorno cittadino italiano». A certe pulsioni irredentiste tipicamente triestine e percorse da venature socialisteggianti si collegano le prime esperienze giornalistiche di Svevo: la collaborazione, per esempio, all'Indipendente e a Il Piccolo, anche se principale caratteristica dell'uomo fu un'istintiva ma profonda apoliticità.

Quando Svevo morì, nel 1928, vittima di un banale incidente stradale, Silvio Benco - allora il letterato più in vista della città e, come ricorda Serra, «guardiano riconosciuto dei valori e dell'umanismo della triestinità» oltre che scrittore prolifico sensibile al moderno - sottolineò il fatto che «questo scrittore pessimista, questo anatomico inesorabile del cuore umano» aveva onorato la sua terra natale. Lo ricordò impegnato a scrivere, in redazione, «coscienzioso, puntuale ed anche rapido, benché non senza pentimenti» con l'immancabile sigaretta in bocca (il «vizio del fumo» del suo personaggio Zeno) e «un sorriso paziente» che lo rivelava sempre pronto a gettare «qualche parola scherzevole». Il pessimismo di Svevo trovava, in effetti, un valido contrappeso nell'ironia e nella gioia di vivere. C'è, in proposito, una testimonianza di Ilia Ehrenbourg, che ebbe occasione di conoscerlo a Parigi in un ricevimento organizzato dal Pen Club: «Nei suoi occhi io vidi una piccola fiamma allegra. Quando vidi questa fiamma capii che dinanzi a me non stava un esteta ma un beota innamorato della vita, un autentico uomo vivo». Un pizzico di ironia, di autoironia, è facile cogliere nella testimonianza di Umberto Saba, il quale, pochi giorni prima della tragica morte di Svevo, alla domanda sul perché non scrivesse più si sentì rispondere: «Che cosa può fare un uomo che ha quasi settant'anni? È passato il tempo delle illusioni, il mio è appena un dorato tramonto».

Svevo era diventato celebre, ormai. Ma solo alla fine. Grazie, soprattutto, alla Francia dove Valery Larbaud e Benjamin Cremieux, sollecitati da James Joyce, che di Svevo era amico ed estimatore, gli spalancarono le porte del successo. In Italia, poi, Eugenio Montale ne sarebbe stato il mentore più convinto, pronto a difenderne la grandezza, come scrittore, contro quanti si crogiolavano nella «cattiva leggenda» del commerciante autore «quasi per caso» di tre romanzi.