"Io, celerino e ultrà della giustizia"

Riccardo Gazzaniga è stato in servizio per 400 partite, confrontandosi con i violenti delle curve. Dalla sua esperienza ha tratto un romanzo

Riccardo Gazzaniga è nato 36 anni fa a Genova. Ha scritto un romanzo d'esordio vincitore del Premio Calvino nel 2012, ora pubblicato da Einaudi, A viso coperto (pagg. 532, euro 19). Gazzaniga racconta gli ultrà, le curve, gli scontri con la polizia. Lo può fare a ragion veduta, avendo partecipato per lavoro a 400 partite e a un centinaio di manifestazioni. L'autore è infatti un cosiddetto «celerino». Il romanzo è partito benissimo, complice anche la recente apparizione dell'autore a Le invasioni barbariche di Daria Bignardi in onda su La7.
Qual è il suo grado, quali le sue mansioni?
«Lavoro al Reparto Mobile di Genova, la nota caserma di “Bolzaneto”. Sono Sovrintendente della Polizia di Stato, alterno il servizio nella biblioteca della caserma, aperta alla cittadinanza, con quello di capo squadra in ordine pubblico. Sono anche delegato sindacale del SILP per la CGIL».
Cosa la ha spinta a entrare nel Reparto? In un passaggio importante del libro, uno dei celerini protagonisti vorrebbe spiegare senza riuscirci perché non desidera altro che trovarsi proprio in mezzo a quella violenza da cui pare spaventato o disgustato...
«Personalmente sono entrato in Polizia per un senso di giustizia, per un desiderio anche infantile di “combattere” i cattivi. Il lavoro del Reparto Mobile l'ho scoperto solo dopo che ci sono stato assegnato d'ufficio e mi ha coinvolto da subito, per il fascino che hanno per me le dinamiche di massa. Nel libro, ovviamente, parlano i personaggi e io sono un po' in tutti e un po' in nessuno. Quello che volevo esprimere era l'umana reazione dettata dall'adrenalina, la voglia di agire, la rabbia che può prendere chiunque, ultrà e anche poliziotto, e far compiere azioni imprevedibili».
Qual è l'attrattiva che il mondo ultrà esercita su chi decide di farne parte?
«Da osservatore mi sono fatto l'idea che l'attrattiva sia il gruppo in se stesso. Un gruppo ti sottrae all'anonimato, ti svincola dal ruolo di fruitore del fenomeno calcistico, trasformandoti in un attore che può condizionare società, squadra, dettare le sue regole. In una vita piena di regole e vincoli, il gruppo ultrà e la curva diventano spazi di libertà per chi li vive. Il gruppo non è sempre sinonimo di violenza, ma offre anche un'aggregazione che ormai è difficile trovare altrove. Ma questo non può far dimenticare che ci sono gli scontri. Nella logica ultrà gli scontri sono un momento da cercare, sono la prova massima del gruppo, il confronto con gli altri gruppi per vedere quale prevale».
Che ruolo ha la politica in questo fenomeno?
«La politica è sempre esistita nelle curve, non in tutte, ma in molte. Però i gruppi raramente fanno attività propriamente politiche, se non in alcune piazze. Diciamo che la deriva verso destra è stato il vero fatto nuovo dell'ultimo decennio».
Un tempo la rivalità era fra tifoserie. Da quando inizia l'alleanza ultrà anti-polizia e perché?
«Per anni la Polizia ha rappresentato un fastidio, un attore secondario che tentava di impedire gli scontri fra tifoserie rivali. A partire dai Novanta in avanti, invece, l'odio per le “guardie” ha assunto una crescente rilevanza, vista l'introduzione di leggi repressive e la crescente ostilità da parte della società e dei media rispetto agli ultrà. La Polizia, per gli ultrà, è diventa il simbolo dello Stato».
Perché scontri rituali come quelli dello scorso derby di Roma sono o sembrano inevitabili?
«Appunto perché sono rituali. Cercare e trovare lo scontro con un altro gruppo è il momento della massima prova, specie se lo scontro si svolge in condizioni difficili o di minoranza e nei casi di derby o di rivalità molto sentite. Se poi si verificano aggressioni o sottrazioni di striscioni, come a Roma, una “vendetta” secondo le logiche degli ultrà è inevitabile. Anzi, il fatto di non agire verrebbe percepito come un atto codardo».
Come è stato accolto dai suoi colleghi il libro?
«Lo hanno accolto benissimo. Ci vedono rappresentate emozioni e momenti vissuti che raramente vengono raccontati».
Ha la tentazione di cambiare mestiere?
«L'unico mestiere per cui lascerei la Polizia è quello di scrittore, ma credo sia solo un sogno, visto che in Italia di scrittura non vive quasi nessuno».
Cosa pensa di film come ACAB o Diaz? E del libro di Carlo Bonini?
«Il libro ACAB ha aperto uno squarcio sul mondo dei poliziotti che fanno ordine pubblico. Per me è stato importante per capire quanto interesse ci fosse su di noi. Bonini è rimasto a metà tra fiction e saggio e lo ha fatto benissimo. Lui descrive una realtà estrema, che ruota intorno a Roma e al G8 e a comportamenti al limite del reato. A me interessava inquadrare invece le persone normali che fanno un lavoro particolare. ACAB film... beh, forse per gli spettatori il film funziona, ma vi ho trovato tante forzature poco accettabili, specie in un Reparto Mobile di oggi. Non ci rappresenta, secondo me. Diaz è un pugno nello stomaco, perché ci mette di fronte a verità ed errori evidenti e dolorosi, ci costringe a guardare nella parte più buia di noi. La sera in cui l'ho visto, non sono riuscito a dormire».
Il G8 ha complicato tutto, lei scrive. L'errore della polizia è meno tollerato. Ma si può tenere l'ordine in piazza senza sbagliare? È giusto che ogni errore sia un reato, come dice uno dei personaggi?
«Il G8 ha incrinato il rapporto con tanti cittadini e solo adesso, dopo anni, questo rapporto si sta ricostruendo. L'errore è meno tollerato e da un lato è giusto sanzionare le violazioni di tutti, dall'altro si rischia di vedere soltanto quello, di cogliere l'unico errore o il singolo eccesso durante azioni legittime della Polizia. Noi lavoriamo in un contesto al limite. Fino a un certo punto eserciti la forza dello Stato, oltre compi un abuso. Il limite non è sempre così facile da percepire, specie quando sei in mezzo a un scontro. Nel libro cerco di raccontare anche questo».
Lei ha uno stile molto cinematografico. Adattamento in vista?
«Per un eventuale film ancora non ci sono certezze, ma abbiamo concreti interessamenti».
Lei ha iniziato con la letteratura di genere...
«Ho iniziato con i racconti noir e thriller. Poi prima di questo libro ho scritto un romanzo horror, di vampiri. Scrivendo horror ho imparato alcune tecniche per la gestione della suspense che utilizzo anche in A viso coperto».