"Io, stenografo testimone dell'assalto al “Giornale”"

L'irruzione del commando in redazione e in tipografia. La reazione dei lavoratori. Così il nostro quotidiano subì la violenza degli ultrà rossi

Adesso che si gode la pensione, Vittorio Frigerio racconta dell'assalto alla redazione del Giornale senza enfasi. Ma quel pomeriggio dell'aprile 1975 in cui per la prima e ultima volta gli uffici del quotidiano vennero violati dai picchiatori dell'ultrasinistra se lo ricorda più che bene, anche se sono passati quarant'anni. Perché quell'episodio è calato in pieno nel clima di odio che accompagnò a lungo i primi passi del giornale che Indro Montanelli aveva fondato meno di un anno prima. Frigerio, che sarebbe divenuto successivamente segretario di redazione, allora era il vicecapo degli stenografi, figura mitica da cui dipendeva in buona parte l'uscita del giornale: perché dovevano avere non solo rapidità nello scrivere, ma anche la capacità di risistemare articoli dettati «a braccio» dagli inviati e dai corrispondenti, con punteggiatura inesistente e a volte qualche inevitabile strafalcione.

Frigerio, qual era il clima dell'epoca?

«Erano mesi in cui gli edicolanti nascondevano le copie del nostro Giornale , perché avevano paura a metterle in mostra insieme agli altri organi di informazione. E girare per Milano con in tasca il nostro quotidiano era il modo più sicuro per venire insultati, o peggio».

Dove avvenne l'attacco?

«La redazione in cui avvenne l'irruzione era la nostra prima sede. Quella in piazza Cavour, all'interno del cosiddetto “palazzo dei giornali”, che aveva visto tutta la gestazione del nuovo quotidiano, e che fu il nostro quartier generale prima del trasloco in via Gaetano Negri».

Che ora era? Il giornale era già pronto per “andare in macchina”?

«No, l'irruzione degli ultrà avvenne nel tardo pomeriggio, assai prima che il giornale andasse in stampa. Arrivò questa specie di commando, che riuscì senza sforzo a salire in redazione. Montanelli credo che non lo cercassero neanche, l'obiettivo non era colpire i giornalisti, ma impedire l'uscita del numero dell'indomani».

I violenti scontri di corso XXII Marzo, dove aveva perso la vita il giovane Giannino Zibecchi, erano terminati da poche ore...

«Evidentemente non volevano che la ricostruzione dei fatti da parte dei nostri cronisti andasse in edicola».

Come pure si voleva impedire la ricostruzione più dettagliata dell'altro episodio, l'uccisione il 16 aprile dello studente Claudio Varalli, che era avvenuta proprio sotto le finestre della redazione, in piazza Cavour. Cosa ricorda di quel giorno?

«Io in quel momento ero nella stanza degli stenografi, insieme al mio collega Di Forti, che insieme a me era l'unico assunto come stenografo-giornalista (una foto d'epoca li mostra tutti insieme, gli stenografi del Giornale , davanti alle loro monumentali macchine per scrivere elettriche, perché il primo computer sarebbe arrivato solo anni dopo, ndr ). Era l'epoca delle linotype, della composizione in piombo, delle bozze con il mattarello. La fotocomposizione sarebbe arrivata dopo, insieme al trasloco nella redazione di via Negri».

E poi?

«Sentii il frastuono. Il commando aveva preso direttamente la strada della tipografia, perché volevano demolire le macchine da stampa, che era l'unico modo sicuro per bloccare la produzione del giorno dopo e possibilmente anche per un bel po' di giorni successivi. E ce l'avrebbero sicuramente fatta, se non si fossero imbattuti in una sacca di resistenza che non avevano messo in conto. A respingerli, e con maniere decisamente brusche, furono gli operai, i tipografi. I quali non erano certamente di destra, tutt'altro. Ma che difendevano il loro lavoro. E per questi giovanotti del movimento studentesco non avevano grande simpatia. Così misero mano alle righe di piombo, e quelli dovettero battere in ritirata. Ma non fu tutto. Dopo che i tipografi avevano fatto muro, il gruppo degli assalitori non si sciolse, ma andò all'attacco anche del nostro archivio, che allora non era in redazione ma in un ufficio poco distante, sulla via Manzoni».

Forse volevano distruggere anche le vecchie copie?

«Immagino di sì. Ma anche in via Manzoni non riuscirono a combinare niente».