Isaak Babel’ vita, parole e morte di un innocente

Era figlio dei grandi russi, Gogol’ più che Dostoevskij, il suo sangue era fatto di parole e di storie, e poco importa che non avesse il respiro del grande romanzo, come se una sorta di asma gli impedisse di arrampicarsi sulle vette più alte e lo costringesse a camminare tra le colline. Tra le steppe, anzi, di quella sua Russia attraversata, però. Da tanto vento e da tanto sole capaci di sciogliere secoli di libri impastati di gelo e di neve. Una Russia che cominciava da Odessa: la Parigi del grande freddo, la Marsiglia del Nord, città di passaggi e di fughe, porto di marinai e di avventurieri, tappa di tanti europei, meta di tutti quegli ebrei che non trovavano altro rifugio.
A Odessa, Isaak Babel’ nasce, ed è il 1894. Il che vuol dire avere poco più di vent’anni quando inizia la rivoluzione, ed è chiaro allora che il filo della vita è destinato, prima a poi, a spezzarsi, non c’è genio che sia passato indenne da quei decenni, Bulgakov o Majakovskij, Florenskij o Kandinskij, ciascuno destinato a pagare il suo prezzo, l’esilio o il suicidio, la fuga o il lager, la prigione o la follia. Il tribunale della storia aveva comunque preparato una condanna per ognuno.
Da Odessa Babel’ succhia il latte della vita che soltanto una città come quella può dare, come un palcoscenico fatto di strade e di palazzi, di baracche e di taverne, sullo sfondo del porto, dove si rappresenta una commedia umana che ha pochi uguali in Russia, perché se dalle grandi steppe e dal grande gelo arriva l’ombra della malinconia mortale e della follia divina, le correnti tiepide del mare e i venti del Sud portano la vitalità delle passioni e la ricchezza di una miseria umana che nei suoi racconti troverà, passando per il mistero della parola, il suo riscatto. A differenza dei suoi grandi avi e dei suoi fratelli, Babel’ non crea eroi che si innalzano sulla massa, un fratello Karamazov, un Maestro o una Margherita. I suoi personaggi sono i tragicomici buffoni di ogni giorno e di ogni luogo, sono il commerciante del negozio giù in strada, il soldato dell’esercito, il vicino di casa, la fanciulla incrociata sulla piazza.
Dopo essersi immersi nell’incredibile folla che anima Tutte le opere di Babel’, ora raccolte in un «Meridiano» Mondadori (pagg. 1484, euro 55) che comprende, oltre ai Racconti di Odessa e a L’armata a cavallo, tutti gli altri racconti, i testi teatrali, le sceneggiature, gli articoli e le pagine di diario, chiunque viaggi nell’universo di Babel’ ne uscirà portandosi dietro, più che un personaggio o una storia precisa, un’atmosfera, un sapore particolare, un odore, quello della vita. «Vidi per la prima volta quello che mi circondava così com’era in realtà: quieto e di una bellezza inesprimibile», scrive Babel’. Ed è chiaro che lui, più di molti altri, conosce bene la miseria e la meschinità umana, il dolore e le lacrime, quelle di Odessa e della Russia e del mondo, ma proprio per questo, come quei pochi che hanno il dono di cantare la sinfonia della vita, lo sa fare con ogni tonalità, quelle più acute e quelle più basse, gli andanti e gli adagi, senza stare mai lì a giudicare, senza condannare ma senza assolvere, non è questo il suo compito, bensì quello di raccontare. E di vivere: «Non sono stato messo al mondo dai miei genitori per essere infelice. Avevo ben radicata in testa la saggezza dei miei antenati: noi siano nati per godere del nostro lavoro, delle risse e dell’amore. È per questo che siamo nati, e per nient’altro».
Ed è per questo che, prima che si compia il suo destino, attraversa vent’anni di rivoluzione e di regime, vede orrori e delitti, vive a fianco dei demoni, eppure riesce a conservare la propria innocenza. La conserva quando, al seguito dell’armata di cavalleria di Budennyi, con il nome di Ljutov, va a far la guerra ai polacchi, nel 1920 e, pur agognando il suo battesimo del sangue, l’unico sangue che sparge, come narra in un passo stupendo, sarà quello di un’oca. E mentre compie il suo delitto, intorno a lui la morte banchetta con la carne dei russi e dei polacchi, per la storia i fratelli e i nemici, in L’armata a cavallo ugualmente assassini e vittime al punto che, dopo l’uscita del libro, Budennyi avrà di che lamentarsi.
Babel’ conserva l’innocenza anche dopo la fine della guerra, quando torna a Odessa e poi a Kiev e poi ancora nell’incanto gelato di Moledenovo e in altri luoghi più o meno oscuri della Russia di Stalin. La conserva nella miseria, quando scrive la sua paura di morire di fame, e quando gli viene concesso il successo. La conserva mentre intorno al lui - siamo al culmine dell’inferno, negli anni Trenta - amici e sconosciuti spariscono da un giorno all’altro, senza un motivo, nel silenzio dell’orrore sovietico e probabilmente sa che prima o poi toccherà anche a lui, ma intanto scrive, perché quella è la sua vita. L’unica cosa per cui è nato, l’unica che sappia fare, e lo fa nel solo modo che conosce, scrivendo e riscrivendo una, due, anche dieci volte un racconto. Come uno scultore modella la sua materia grezza, così lui ogni volta toglie ed elimina il superfluo fino a giungere all’essenza della parola, e anche questo fa parte del mistero irrisolto di Babel’, l’essere contemporaneamente un fiume in piena che inonda di vita le pianure della Parola e un pregiato alambicco che distilla, lentamente, fino alla perfezione, ogni parola.
Conserva l’innocenza anche negli ultimi giorni, quelli che vanno dal 15 maggio 1939, quando viene arrestato, al 27 gennaio 1940, quando uno dei più efficienti boia di Stalin, il capitano V.M. Blochin, lo fucila nella prigione di Butyrka. Poco più di otto mesi, tanto dura la sua agonia tra processi e interrogatori e carcere, e la sua discesa agli inferi è quella di un’intera generazione costretta a confessare delitti mai commessi, a sprofondare fino al fondo dell’abisso dell’abiezione, tradendo amici e familiari, non per salvare la vita che si sente già perduta, ma perché di fronte al Male non puoi non inchinarti. A meno di trovare, alla fine, la forza per risollevarti.
Come fa Isaak Babel’, che dinanzi a uno degli anonimi tribunali di morte sovietici ritratta la sua menzognera confessione. E va incontro alla morte con la stessa innocenza con cui aveva vissuto e raccontato la vita e la morte dei suoi splendidi personaggi.