L'«Anima» degli animali sostiene l'accusa contro gli orrori umani

Esistono ancora romanzi che scuotono il lettore, lo interrogano, lo sconvolgono e lo portano al margine del baratro, al confine tra umano e disumano, ricerca della verità e visione sciamanica, storia e magia, orrore e redenzione. Tra questi, Anima di Wajdi Mouawad (Fazi, pagg. 505, euro 18,50, traduzione di Antonella Conti), libanese che, dopo essere emigrato in Francia, vive in Québec. È un romanzo possente e sontuoso, feroce e nero, grondante sangue e luce, ingloba geografie e mondi diversi: dal Canada all'Arizona al Nevada, dai campi profughi di Sabra e Chatila alle riserve degli amerindi, dai bianchi di Montreal ai membri della tribù dei Mohawk, dai palestinesi ai cristiani maroniti del Libano.

Parte come un thriller classico: un marito torna a casa e trova la moglie uccisa, mutilata in una maniera orrenda, con un rituale macabro che ritornerà come un filo rosso lungo tutte le vicende, sino alla fine. L'assassino è presto individuato, ma non arrestato dalla polizia. E il protagonista, Wahhch Debch, parte alla sua ricerca, una ricerca che non è investigazione o perseguimento di una vendetta, ma piuttosto un calarsi nell'incubo della violenza omicida, del male, della perversione. Tutto ciò che accade non è raccontato dalla voce di un umano: la sconvolgente novità del romanzo è che per la quasi totalità il punto di vista è quello di animali. Un gatto sente lo strazio di Léonie uccisa e sventrata, i passeri vedono l'incontro tra Wahhch e il coroner Aubert Chagnon, e poi a parlare sono un cane, una colomba, un pesce rosso, un ragno, un corvo che racconta mirabilmente il funerale della vittima, un serpente che inghiotte con malvagia voluttà un coniglio intero, uno scimpanzé che ama la coca cola light.

Ma il lettore non si aspetti un tono favolistico. Gli animali che osservano gli uomini, in Anima sono espressione della visione totemica della realtà degli amerindi, secondo cui esiste una parte invisibile del mondo e in essa ogni uomo ha uno spirito in forma di animale. La ricerca di Wahhch diventa una discesa agli inferi che lo porta a conoscere Coach, il capo dei warriors della riserva, il suo braccio destro Chuck, sua figlia Janice, e infine lo mette in contatto con l'assassino della moglie, Welson Wolf Rooney. Ma non si ferma lì. Wahhch continua il viaggio, ora protetto dal cane lupo che chiamerà Mason-Dixon-Line, una bestia sbucata dal nulla, enorme e dotata di forza spaventosa, nuovo punto di vista da cui le vicende vengono raccontate. Assistiamo così a gare di braccio di ferro femminile, al combattimento sanguinosissimo tra un molosso e lo stesso Mason-Dixon-Line, alla fuga cui si unisce la infelice ragazza Winona, sinché Wahhch si imbatte in una mostra di foto sulle guerre civili nella storia: tra queste, Wahhch rivedrà quelle del massacro di Sabra e Chatila, rivedrà se stesso a quattro anni, e sarà messo sulla strada per conoscere finalmente la verità sulla propria famiglia e sul proprio padre adottivo. Una verità agghiacciante, per cui Wahhch capisce che cosa vuol dire perdere l'anima, sacrificare la propria anima. Quando, nell'aberrazione di ideologie violente e vendicatrici, non si distingue più tra un sacco della spazzatura e un essere umano, si perde l'anima. Ma questo può accadere soltanto per gli uomini.

Nelle ultimissime pagine del libro, quando il punto di vista è tornato quello di un umano, di un giusto, gli avvoltoi che spolpano il cadavere del responsabile degli orrori più cupi sembrano compiere un rituale, un atto d'accusa contro l'intera umanità.