L’intervento

Il regista argentino César Brie ha presentato recentemente al Teatro Guanella di Milano lo spettacolo Albero senza Ombra, in cui racconta il massacro dei contadini indigeni avvenuto l’11 settembre 2008 nella regione boliviana del Pando. Un evento del quale César Brie si è ritrovato testimone involontario e che ha deciso di filmare integralmente, ottenendo così del materiale «bollente» che dimostrava il coinvolgimento di molti membri del governo boliviano in un evento di cui la stampa ha quasi del tutto taciuto. Il documentario è stato però anche l’inizio dei suoi guai, che lo hanno portato a subire minacce e ritorsioni di ogni genere, segnando addirittura la fine della compagnia Teatro de Los Andes da lui fondata venti anni prima. «Metti in pericolo il teatro», gli avevano detto i suoi compagni; ma per Brie aver visto significava non poter più tornare indietro.
Credo che la figura di César Brie sia un esempio di una qualità umana, il coraggio appunto, che spesso si manifesta non come una scelta, ma come un obbligo, o addirittura come un’imposizione. Ho scelto César Brie come esempio dell’idea di coraggio perché questo regista non è un attivista politico, non fa parte di un gruppo per la difesa dei diritti civili, in altre parole non ha scelto di essere coraggioso come mestiere. Brie è un artista. Una professione per la quale si direbbe che il coraggio non sia una qualità essenziale. Invece essere artisti consiste proprio nell’essere coraggiosi. Non sempre in modo così evidente come nel caso di Brie, ma in un modo quasi invisibile. Il coraggio invisibile degli artisti e dell’arte consiste nell’assumersi la responsabilità di concentrarsi su un aspetto della realtà e di trasformarlo in un messaggio che ha un’importanza sempre maggiore quanto più riesce ad essere universale. Gli artisti scelgono coraggiosamente di imboccare una strada senza sapere dove questa li condurrà: solo eccezionalmente li porterà al successo, al denaro e alla celebrità; il più delle volte intraprendono un percorso pieno di curve, sterrato, in salita, che sembra non portare da nessuna parte. Ci sono artisti che decidono di fermarsi e altri, quelli veramente coraggiosi, che decidono di proseguire perché sono convinti che l’arte non sia questo strumento inutile di un banale intrattenimento, ma il mezzo che l’umanità ha usato da sempre, e continua a usare ancora oggi, per raccontarsi, per capirsi, per accusarsi, per cambiarsi, per migliorarsi. L’arte è l’unica arma legittima che l’essere umano ha a disposizione per sconfiggere la violenza senza fare violenza; con l’arte si possono vincere guerre morali, spirituali e sociali, in un modo in cui nessun’altra arma è in grado di agire: senza lasciarsi dietro sangue e dolore.
Una mostra sul coraggio è quindi anche una mostra sulla qualità e sull’importanza insopprimibile dell’arte. Essere coraggiosi non vuol dire essere necessariamente eroi, martiri o vittime; essere coraggiosi significa accettare quello che ci viene incontro tentando di capirlo e di farlo capire agli altri. L’artista coraggioso è colui che è capace di guardare la realtà senza farsi schiacciare e rifiutando di nascondersi.
L’arte raramente cambia il mondo, ma accettare che il mondo cambi la nostra arte è una forma di coraggio che non dobbiamo sottovalutare.
*Direttore artistico della «Fondazione
Sandretto Re Rebaudengo»