L'«italiano sbagliato» che narrò l'Italia giusta

Nessuna notizia da tempo, ormai, su Pier Antonio Quarantotti Gambini (Pisino d'Istria, 1910 - Venezia 1965). Per la mia generazione, un desaparecido . Nell'introduzione a questo volume che lo riporta in libreria, Opere scelte (Bompiani, pagg. 1499, euro 35), Mauro Covacich ne sottolinea la sorte diversa rispetto a Malaparte, Comisso, Parise, grandi irregolari come lui, ma ben più presenti, anche dopo la morte, sulla scena della nostra letteratura. La sua pubblicazione ora nella collana di classici diretta da Nuccio Ordine lo ripaga di un lungo oblio.

Ho cominciato a leggerlo perché mi piacciono gli autori anomali, di frontiera, non catalogabili e non compromessi con le ideologie dominanti ai loro tempi: Quarantotti Gambini lo è. In un'intervista del 1964 dichiara che una sua autobiografia l'avrebbe intitolata «Un italiano sbagliato». Si sente uno straniero in patria, e ha un disdegno non orgoglioso ma consapevole verso un'Italia non nordica e europea come lui l'aveva sognata. Legatissimo alla sua terra, di famiglia aristocratica e irredentista, Quarantotti Gambini nasce quando l'Istria fa ancora parte dell'Impero austro-ungarico e si forma nell'ambiente letterario di Trieste. Ma non ha nulla o quasi da spartire con Svevo. Piuttosto, si lega con Umberto Saba in un lungo sodalizio, testimoniato da un mirabile epistolario, Il vecchio e il giovane. Carteggio 1930-1957 . Epurato nel '45 dal suo lavoro di bibliotecario nonostante non fosse mai stato fascista, lascia Trieste e si stabilisce a Venezia. Ma alla sua città dedicherà un libro, Primavera a Trieste , che è un diario degli eventi dal 29 aprile del '45, quando giunge la notizia che Mussolini è stato fucilato, al 12 giugno, il giorno della grande festa, quando le truppe del Maresciallo Tito escono dal centro della città e si ritirano verso le periferie. Un diario che è anche un tentativo di capire, di dipanare la matassa, violenta e sanguinosa, della Storia.

Il grande successo di Quarantotti Gambini è il romanzo L'onda dell'incrociatore , il «meraviglioso romanzetto» cui fu Saba a trovare il titolo. Romanzo lirico e corale, poetico e marino, si svolge sul porto di Trieste, ed è intriso dell'odore del vento, della salsedine, delle gomene, delle zattere, dei pontili. In pochi romanzi italiani il mare è protagonista come in questo, con le sue luci, i suoi colori, che cambiano di stagione in stagione. Bellissimo sembrò a Saba, e sembra anche a me, l'attacco del capitolo IX, con la descrizione sobria di come arriva la primavera nei paesi costieri. I personaggi sono adolescenti, presi in un giro di turbamenti sessuali, amicizie, inganni. Lidia è una memorabile figura femminile, fiera, indipendente nonostante le umiliazioni che subisce dal patrigno e dal fratellastro Berto. È amica del protagonista Ario, tormentato dal pensiero del padre fuggito a San Francisco e dal fatto di portare ancora i calzoni corti, il quale si sente ancora del tutto inadeguato a lei. E memorabile è la figura di Eneo, il canottiere, il «bullo» quando ancora questa parola non aveva il significato stupido e sinistro di oggi.

Quarantotti Gambini, che lavorò per importanti quotidiani italiani, è anche uno straordinario cronista di viaggio. Le sue pagine di Sotto il cielo di Russia e di Neve a Manhattan mi sono apparse freschissime, ricche di annotazioni di ogni genere, animate da un senso geopolitico raro fra gli scrittori italiani. La descrizione della notte opaca e senza insegne di Leningrado, del suo cielo al mattino che sembra illuminato da una grandissima luna piuttosto che dal sole, sono di una puntualità formidabile. Come formidabili sono le osservazioni sulla vastità dominante del cielo sulla Russia, che ne spiega il misticismo, il bisogno di assoluto anche dentro il materialismo comunista, e persino lo slancio verso la conquista dello spazio. Più mondane e leggere le pagine americane: dove leggiamo conversazioni in cui gli Stati Uniti vengono definiti non una democrazia, ma una monarchia assoluta del dollaro «mitigata dalle sbornie». Solo un indipendente, sdegnoso aristocratico europeo poteva riferire conversazioni così.