Da ladro negli stand a scrittore Far fortuna all'«odiato» Salone

di Marco Cubeddu
Il Salone del libro di Torino ha sempre rappresentato tutti i miei tormenti.
Ricordo il mio primo, leggendario, nel 2006, quando frequentavo la Scuola Holden di Baricco: stabilii il record (tuttora insuperato) di libri rubati, 1871, riempiendo zainate di libri dopo l'orario di chiusura, grazie a un pass stampa per un'intervista a Vittorio Sgarbi che non riuscii a pubblicare da nessuna parte perché troppo scorretta.
I successivi Saloni li passai a invidiare e rincorrere tutti gli scrittori pubblicati e gli editori (anche i più scalcinati) perché leggessero il mio romanzo.
Del 2011 ricordo la festa di minimum fax, perduto e snobbato, peggio ancora quella Holden-Fandango, dove non trovai il coraggio di abbordare Daria Bignardi e convincerla a leggermi.
L'unico che cercavo davvero, Mondadori, nella persona di Antonio Franchini, famoso editor picchiatore, lo trovai lontano dal Salone e decise di pubblicarmi, minacciandomi fisicamente perché declinassi l'invito di editori concorrenti fattisi avanti nel frattempo.
Dopo la firma del contratto, saltai il Salone 2012 per andare in America, a unire vacanze e lavoro in un reportage per una rivista nel frattempo fallita. Quando ci si sente persi, con molta fortuna, ci si ritrova grazie a esperienze mistiche che ci spingono avanti anni luce nel nostro percorso di illuminazione. Arrivato a Las Vegas, sentii che tutti i miei rovelli esistenziali potevano essere risolti soddisfacendo alcune esigenze di base: bere, giocare d'azzardo, passare la notte con giovani squillo in alberghi lussuosi, indossare un cappello da cowboy.
Una singola illuminazione, nella vita, è già più di quanto si possa pretendere di ottenere.
Tutto mi sarei aspettato tranne di averne una seconda lo scorso anno, al Salone 2013.
Ero lì come «scrittore esordiente», una specie di etichetta che ti viene messa addosso, come i pesci d'aprile alle medie con scritto «prendimi a calci» che si attaccano sulla schiena dello sfigato della classe. Presentavo Con una bomba a mano sul cuore, in uno di quegli spazi riservati agli scrittori sconosciuti che in generale attirano solo aspiranti scrittori che aspirano a scoprire come hanno fatto i bricconi di turno ad ottenere la prestigiosa targhetta di Esordienti, un po' di addetti ai lavori delle case editrici, pronti a supportare il loro promettente puledro purché non sia in concomitanza con la sfilata di un loro stallone di razza e di copie, e qualche anima bella, convinta che un futuro per l'editoria sia ancora possibile.
Poche ore prima della mia presentazione ero al ristorante, tavolo di Mondadori, con gli scrittori veri, ben pasciuti e vezzeggiati da editor e uffici stampa.
Tra loro, Mauro Corona, bandana in testa, abbronzatura caraibica, e autista al seguito.
«Autista?!?» domandai troppo ad alta voce a Camilla, l'ufficio stampa pornofetish incaricata di non farmi perdere per gli stand del Salone e di mitigare la mia frustrazione. «Uno scrittore può guadagnare abbastanza da avere un autista?!?» «Schhh - mi fece lei - parlare di soldi a tavola non sta bene, vieni, siediti qui!».
L'ultimo posto libero era lontano dalle poche persone che conoscevo. Alla mia destra, una presentatrice-scrittrice-critica letteraria, un essere autotrofo che non faceva altro che dirmi quanto sognasse di aprire una «piccola casa editrice indipendente» (probabilmente per pubblicarsi da sola i suoi libri che da sola si recensiva, pensai). Alla mia sinistra, lui, il mio sogno proibito: Icio, l'autista di Corona, rubizzo, panciuto, allucinato. Ex alcolista, amante delle donne, collerico e infido, non toccava un bicchiere da mesi. Il suo unico svago, mi disse, erano le prostitute di cui gli faceva omaggio il suo padrone, insieme a scatole formato famiglia di Viagra per cardiopatici. Appena mi sedetti cominciò a riempirmi il bicchiere di pessimo vino da tavola, agitando il pugno peloso a mezz'aria «Bevi, per Dio», tuonava imperioso, bevendo con gli occhi.
E io bevevo, non sapendo quanto gli pesasse quell'astinenza forzata. Fu così che, per farla breve, si ubriacò di nascosto, con la mia complicità, che gli passavo il bicchiere alle spalle di Corona. Dopo aver fatto apprezzamenti sul posteriore dell'ufficio stampa del suo assistito, nonché il mio, invitandomi a dare «una bella palpata, alla Camilla mandrilla», sparì nel nulla, lasciando Corona a smadonnare contro di lui, introvabile (si seppe poi che fu fermato dalla polizia in seguito alla colluttazione con uno stagista bicurioso di Feltrinelli).
Ecco, la mia seconda illuminazione: non solitario, ma accompagnato da lussurioso autista, deve compiersi il camino dell'uomo timorato. Ma come ottenerlo?
Dopo il mio incontro, un autentico disastro in cui biascicai qualcosa tipo «I classici? Io mi sono formato letterariamente su Topolino, Piccoli Brividi e Le ore», passai il resto del pomeriggio allo sportello bancomat all'ingresso facendo e rifacendo l'estratto conto: troppo poco, non bastava neanche ad affittare il costosissimo Icio per una settimana.
Sconsolato, ne parlai con Camilla: «Come posso fare? Non si vende una copia che una! Io ho bisogno di soldi, soldi, soldi!». «Ti servirebbero dei mecenati!». Mecenati, dunque, ma dove trovarne?
Camilla, non solo abile ufficio stampa, ma anche spregiudicata stratega, mossa a compassione, sfruttò i suoi contatti coi Lyons, il Rotary, il Bilderberg, e li convinse di quanto potesse essere à la page sovvenzionare scrittori, invece che banali opere di restauro in chiese diroccate grazie alle quali, tanto, a parte uno sgravio fiscale sul 740, non avrebbero ottenuto altro, tantomeno il perdono che agognavano, rimpiangendo i bei tempi della vendite delle indulgenze. Finanziando scrittori, invece, la gloria eterna! Citati nei ringraziamenti, di fianco a mamma, papà e gatto, mica pizza e fichi! E questi, miracolosamente, accettarono.
Fu istituita una fondazione: Gli Amici di Calliope. Il Circolo dei Lettori, la Holden e il Liquore Strega fecero la loro parte.
Così, qualche mese fa, fui il primo a ricevere l'assegnone a fondo perduto, gli occhi lucidi di commozione. Dopo di me, molti altri, anche insospettabili, una lunga fila di scrittori di un certo prestigio non esattamente bestseller, molti dei quali, diciamolo pure, praticamente morti di fame. I notabili avevano creduto alle parole della diabolica Camilla e si erano convinti che gli scrittori, omaggiati di laute sostanze, si sarebbero subito messi all'opera per firmare l'immortale capolavoro che avrebbe salvato le loro anime dall'inferno che certo le attendeva. Poveri diavoli! Com'era prevedibile, ognuno dei beneficiari, edonisti e narcisisti, messe le mani sul bottino, spese tutto in quel che più amava, deificando se stesso, altro che la letteratura.
Così, Andrea Pinketts ha investito tutto in cravatte improbabili, Michele Mari ha dilapidato il suo assegno in una bisca clandestina, tentando di sbancare un'affiatata famiglia di slavi, Francesco Pacifico ha speso una fortuna in stagisti biondi, riempiendo la redazione di Nuovi Argomenti di paggi dall'indefinibile identità sessuale, Giuseppe Culicchia, vinto dalla sua nuova ossessione, per cui presenta libri solo se accompagnato da due clown diplomate in giocoleria, ha mandato in fumo tutti i soldi per allargare il suo seguito, e ora fa concorrenza al Circo Togni, Melissa P. ha assunto decine di astrologi, che passano il tempo a litigare uno con l'altro sul ruolo della Vergine nella sua carta astrale, Christian Raimo ha comprato un teatro per farne un centro sociale, ma prima che riuscisse a metterci piede gli è stato occupato da attivisti rivali, che l'hanno costretto a indebitarsi per organizzare uno sgombero. A quanto ne so, Teresa Ciabatti è stata l'unica che si è davvero salvata. Io sono già ricca, ha detto, Ma li darò alla mia cameriera Svetlana.
E io? Io, beh, quest'anno ho dato di nuovo buca all'odiato Salone, sono tornato in America e ho affittato una decappottabile. Ho passato questi giorni a Las Vegas, tentando di non sposarmi con la prima squillo che passava in una di queste splendide cappelle nuziali. I soldi stanno per finire, ma che importa! Essere qui col mio nuovo autista, Icio, dopo averlo strappato a Corona, è il modo migliore per dimenticare le miserie del Salone. Se i lettori del Giornale volessero contribuire, si mettano in contatto con Camilla. Fosse per me, resterei qui per sempre e salterei anche il Salone 2015!
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