L'amore, che dolce eterna rinascita

Passione, misticismo e nostalgia nelle storie (originalissime) che raccontano come si diventa uomini  

Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo uno stralcio del nuovo romanzo-memoir di Pietrangelo Buttafuoco intitolato Il dolore pazzo dell'amore (Bompiani, oggi in uscita). Pietrangelo Buttafuoco, nato a Catania nel 1963, oltre a svolgere una intensa attività giornalistica, soprattutto per Foglio, Giornale e Panorama, ha anche una vena narrativa coltivata con successo. Tra i suoi titoli ricordiamo Le uova del drago (Mondadori), L'ultima del diavolo (Mondadori), il saggio Cabaret Voltaire. L'islam, il sacro, l'Occidente, (Bompiani) e Il lupo e la luna (Bompiani 2011).

Due paesi, due case e due risvegli. C'è il cielo dell'oceano indiano che fa a cambio di blu e nero cupo con il mare. Una lingua di terra – tutti scogli, scuri come fosse lava – si allunga da Mumbai verso l'orizzonte remoto d'Arabia. Tutta acqua che fa a cambio con il deserto. L'occhio è preda di vertigine mentre alle spalle i grattacieli – gli alberghi e gli uffici, e i centri commerciali – stanno in agguato come a far da guardaspalle alla periferia vezzosa delle case coloniali. Nell'orecchio, intanto, si versa il ruggito delle onde che lavorano ai fianchi la città della dea Mumba, tornata dai suoi secoli di sfolgorante luce per prendere possesso di sé, giusto su quella lingua di terra. 

È notte e due s'innamorano d'improvviso. S'incontrano per caso, e nella casualità di un incontro ufficiale di delegazioni lui si accorge di lei e però non si muove, lei nota lui che sta appartato, e nota le sue mani da cui, come artigli di drago, gemmano due dita oltre alle cinque, due pollici in più che non fanno una mostruosità ma una più misteriosa eleganza. 

I suoi gesti, poi, quando si alza dalla tavola, sono come quelli di un'aquila che si solleva in volo. Avvampa i convitati con il suo ceruleo sguardo di Sikander indiano.

È lei che si avvicina a lui, un attore di Bollywood, e lei – una signora occidentale, reporter – asseconda tutta la brigata nell'idea di chiudere la notte in discoteca. Lei confida nella compagnia di lui, lui sale in macchina con lei, arrivano nel locale dove è tutto un flash per ritrarre lui, il divo, che tuttavia in quel frastuono non concede che il silenzio. C'è solo musica, bar e il dimenar di gambe. Lui teme la noia e decide di portare via lei in una lingua di terra – tutti scogli, affilati come lame – che si allunga dalla città degli avvoltoi cari ai parsi per fiutare l'asciutta aria del deserto, oltre l'orizzonte. 

È notte, e tutt'e due s'innamorano camminando dentro il nero cupo che guadagna il blu del mare. È la spiaggia dove i credenti vanno a pregare quando il clima lo consente. È la notte adatta, e la chiamata alla prima preghiera raduna intorno a loro una moltitudine di uomini e di donne velate, che si prosternano in direzione di Mecca, oltre l'orizzonte del mare. Gli avvoltoi che sono sempre cari ai parsi planano in semicerchio per poi cercare una linea dritta che li conduca alle torri dove cibarsi dei morti. «Disegnano come delle chiavi di violino,» dice lei a se stessa, raccogliendo nella propria carne i brividi della situazione senza neppure sapere a quale banchetto quegli uccelli si destinano. E volano come fossero le più liete libellule, lieti più di ogni altro alito di vita nell'universo. 

Non è più notte, e lui le prende la mano. La stringe nei suoi rostri e la conduce su uno scoglio appartato dove possano continuare ad aspettare il sole senza recare disturbo alla preghiera. 

Non si sono accorti di altri due innamorati. Sono sullo stesso scoglio. Hanno appena arrotolato il tappeto dove, in prosternazione, forse hanno fatto l'amore ma hanno anche appena fatto la preghiera. 

La ragazza sorride pudica riconoscendo lui, il Sikander, il divo di Bollywood applaudito da tutti. E non si sa come la ragazza, in un gesto d'improvvisata cortesia, offre a lei, alla reporter occidentale, il proprio foulard affinché ne faccia velo. Le si avvicina e l'avvolge, raccogliendone i capelli in un gioco di grazia.

Chissà perché, non si sa come, seguendo poi il proprio uomo – che, con i sandali in mano, non ha fatto cenno né mostra di parola – la ragazza se ne va a capo scoperto lasciando l'uomo dalle mani d'aquila e la donna rapita in una sera a far l'amore in quel giorno nuovo che darà loro un'altra casa. E un altro risveglio. Per sempre insieme. 

***

La rosa dai cento petali e il cipresso d'argento, in una notte nera come aloe, fecero a gara suonando il liuto. L'albero danzò leggero come se in luogo delle radici avesse plettri per toccare le corde. 

La rosa cercò il vento e svelò seni rotondi di hurì lacerando nell'ebbrezza del canto il velo del pudore.

La rosa cantò e svegliò alla memoria un vecchio sharif, che trovò cento modi per accendere il fuoco nella notte stillante zucchero e canditi, il più nobile dei quali all'ombra di un'ombra. Quella della spada.

© 2013 Bompiani
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