L'arte di Hockney: dipingo, ergo iPad

Tra i massimi pittori viventi, a 75 anni crea le sue opere utilizzando le nuove tecnologie. "Più invecchi, meglio guardi il mondo"

Il genere della conversation pièce continua a essere molto di moda nell'arte anglosassone, non tanto in quello stile pittorico sviluppatosi già nel '700, quanto nel rapporto tra artisti e critici, che invece di risolversi in noiose esegesi, predilige la forma del dialogo. Cominciarono Francis Bacon e David Sylvester con una serie di interviste laceranti che passavano dal mettere a nudo l'anima intima e privata alle riflessioni sul destino della pittura. Anche Damien Hirst ha pubblicato i dialoghi con l'amico giornalista Gordon Burn, dove si racconta senza veli dai primi passi al College fino al successo. Una tradizione, questa, che si rinvigorisce con A Bigger Message. Conversazioni con David Hockney, uscito in Inghilterra nel 2011 e ora in Italia (Einaudi, pagg. 248, euro 28). È l'itinerario con cui Martin Gayford, critico di Bloomberg News e autore di saggi su importanti autori tra '800 e '900, come La casa gialla dove ha studiato l'amicizia tra Van Gogh e Gauguin, si avvicina all'arte di David Hockney. Un libro molto bello, perché nel pieno rispetto della tradizione stilistica britannica, è scritto in maniera densa eppure comprensibile.

Hockney è il grande vecchio dell'arte inglese; eppure, a dispetto dei suoi 75 anni, è vorace, curioso, irresistibilmente attratto dalla tecnologia ed è tra i pochi, forse l'unico, a disegnare e colorare sistematicamente con l'iPad. «Lo adoro, devo ammettere. L'iPad può diventare tutto quello che vuoi che sia. Si può passare il tempo a fare dei giochi, a guardare YouTube, a navigare in rete o, come me, a disegnare. Picasso ne sarebbe andato pazzo». Se lo porta dovunque perché «è come un foglio di carta infinito». Poco prima aveva scoperto l'iPhone, e siccome non riesce a stare mai fermo, manda agli amici per sms un disegno in formato elettronico con cui augurare il buongiorno. Ma già negli anni '80 usava la fotocopiatrice, il fax e disegnava con programmi per Mac combinando manualità con riproduzione meccanica.

Sembrerebbe un controsenso per un artista così anziano, poiché di norma alla sua età si tende al conservatorismo. Niente affatto, Hockney è un vulcano, sempre alla ricerca di nuove emozioni, consapevole che la tecnologia può accorciare i tempi e rendere tutto più semplice. Eppure da diversi anni si è trasferito in campagna nello Yorkshire. Lì vive con il compagno, e quando non smanetta sugli apparecchi Apple dipinge paesaggi en plein air, quadri giganteschi, gli ultimi capolavori di una rivoluzionaria classicità.

Hockney e Gayford si conoscono da una quindicina d'anni, mantenendo però nel dialogo quel sovrano distacco che si porta chi si stima e rispetta. Pop per appena cinque minuti, Hockney è sempre stato refrattario ad appartenere a gruppi e correnti e quando ha ottenuto il successo si è trasferito da Londra alla California dove si è confrontato con gli ampi spazi del deserto americano producendo quadri in formato cinemascope. Crede fermamente nel primato della pittura proprio perché ha praticato la fotografia. «Picasso e Matisse hanno fatto del mondo un posto veramente straordinario; la fotografia invece lo rende così piatto. Viviamo in un'epoca in cui vengono realizzate enormi quantità di immagini che non pretendono di essere arte. Ma pretendono qualcosa di assai più ambiguo, di essere la realtà».

Hockney smonta un altro luogo comune, peraltro già smentito da Tiziano e Picasso: che con la vecchiaia l'artista sia destinato alla maniera di se stesso. È proprio negli ultimi anni che ha dipinto i suoi quadri più grandi, manifestando un'inesausta energia che è anche un deterrente contro il tempo che passa. E cita un detto cinese: «La pittura è l'arte di un vecchio, il che significa che con la vecchiaia, continua ad accumularsi l'esperienza della vita, della pittura e la capacità di guardare il mondo». E dunque confessa di divertirsi ancora molto nel suo lavoro e di continuare a investire in progetti futuri.

Ironico nelle parole ed elegante nel modo di vestire, colto nei riferimenti continui alla storia dell'arte che si diverte a mescolare con le citazioni cinematografiche - da Fellini a Jacques Tati, da Roger Rabbit a Titanic - non considera un limite la sordità che lo affligge perché si è abituato a pensare per immagini e i film lo interessano per l'aspetto visivo. Difficile trovare oggi un artista in grado di mantenere così alto il quoziente di sperimentazione in un genere pittorico come quello del paesaggio che molti colleghi alla moda danno per morto. Dopo aver polemizzato a lungo con Damien Hirst sul primato del «fatto a mano», con la consueta ironia ha preso spunto da una dichiarazione del concettuale Jeremy Deller («Gli artisti oggi non dipingono più, proprio come noi non andiamo più a lavorare a cavallo»), per ribattere con altrettanta convinzione: «La pittura ci sarà sempre, anche se è difficile che prosperi se non la si insegna».